I DISCORSI DI IERI
La sera apre e chiude in fretta
le porte
dietro al mondo degli altri
e nessuno ricorda le parole
pronunciate nelle ore di luce
La notte cambia sempre
i contorni delle montagne
e quando l’aria scende sulle valli
rimarrà il buio
dentro a quello che avevamo detto
Rimarranno le speranze
identiche alle foglie
che ci hanno abbandonato
A volte
l’alba tarda ad arrivare
come se i peccati
fossero dei sogni muti
che decifriamo troppo tardi
e le voci
si ridesteranno ancora
intorno all’inquietudine
di ricominciare a parlare
a guardare
per nascondersi di nuovo
Alla fine il sole arriverà
come d’abitudine
e nessuno si chiederà
perché il tempo
si ripropone identico a se stesso
uguale ai nostri discorsi
dimenticati
Antonio Bianchetti
pH
All’improvviso te lo senti sulla pelle
(potenza della pubblicità)
———– neutro – alcalino – acido ———–
come un’improvvisa curiosità
E lo cerchi nel sapone puro
che ti invita ancora e sempre
in una Parigi nuova che ti attende – e crema
di miracolati aspetti: specchi rifatti
maschera di tatti – e acqua
che ti risciacqua i reni: nuova pipì
di liberati attimi stressanti
E leggi… pH
uguale a meno logaritmo della concentrazione degli ioni acca più
Addosso !? Come un fastidio strano o dolce scoperta ?
Angelo custode ? Prurito di lana ?
Carezza magica di schiuma !?
E leggi… per il viso e il corpo e mani di velluto
Ma nessuno conosce della pelle
il suo deserto
———–crudele – antico – arido ———–
Estensione di attese e giorni e fatiche
e cicatrici scavate
come inutili trincee contro il vento:
bollettino della guerra eterna contro il vuoto
Deserto di rabbia e freddo
e di immagini ormai tatuate
di mappe ignote a cercare nelle poche carezze
un’oasi qualsiasi
o un segno di introvabili falde
anche dalle aste ricurve del mago
E nella ritrovata ombra
umida lingua a lenire: labbra intinte nella sera
in attesa di un altro miraggio
e dell’ultimo spot: pH e tanti saluti
arrivederci a domani…
antonio bì…
scritta nel ’91 (ogni tanto ritorna)
Qualcuno di voi più malizioso potrebbe supporre che la recensione di questo libro (e chiaramente anche il suo precedente acquisto) derivi dalla innata curiosità maschile verso “certe tematiche” che, inevitabilmente, attirano e seducono da quando sono nati gli uomini (e le donne). Se poi in copertina vengono messe, non un paio, ma ben tre paia di gambe femminili, beh… il gioco è fatto, non si può che cadere nella trappola, o almeno, nella voglia di sfogliare queste pagine. In realtà (magari non ci crederete) sono stato attirato dal nome dell’autore: Lelio Luttazzi appunto. Io me lo ricordo appena, ma
negli anni ’60 era una sorta di re italiano dello swing; fu lui a sdoganare il jazz al grande pubblico televisivo nel nostro paese insieme ad Arbore e Boncompagni. Protagonista delle trasmissioni del sabato sera insieme a Mina, Sylvie Vartan e altre soubrette dell’epoca. Autore di famosissime canzoni e di duetti dal vivo che, per la televisione di allora, erano sicuramente innovativi, soprattutto per l’ironia e la sagacia con cui venivano proposti. Fu
fatto fuori (artisticamente intendo) insieme a Walter Chiari per una mai chiarita (e scusate il gioco di parole) storia di droga, che in quel mondo girava ormai da tempo, solamente perché il successo per uno che osava fino al limite, a quel tempo (e non solo a quel tempo), dava fastidio e come sempre suscitava invidie. Tra l’altro, la stessa sorte è capitata anche a Daniele Luttazzi (in realtà non c’è parentela ma lo pseudonimo del cognome è stato scelto da Daniele Fabbri, questo il suo vero nome, per omaggiare appunto il grande Lele), uno dei comici più abrasivi degli ultimi anni che, con i suoi monologhi, ha fatto tremare politica e religione senza mai nascondersi, senza mai tirarsi indietro (come ho già detto, se in questo paese la vera opposizione l’ha portata avanti chi faceva satira, qualche domanda dovremmo pur farcela). Comunque, stesso destino dicevo, o se preferite, la solita storia: chi da fastidio al sistema dev’essere messo a tacere.
Ma veniamo al libro in questione. Con queste premesse e con le tematiche narrate, forse, le mie aspettative erano diverse e probabilmente, quest’ insieme di variabili, ha contribuito a dare una valutazione complessiva appena sufficiente al romanzo, o perlomeno, bisognerebbe dargli due valutazioni. Innanzitutto questo manoscritto è stato ritrovato dalla moglie e pubblicato postumo dopo la morte di Luttazzi avvenuta nel 2010 (era nato a Trieste nel 1923) e fa parte di quel filone satirico che ha caratterizzato il personaggio, anche se questo è forse l’unico suo romanzo, perché le sue opere narrative erano sempre state concepite come sceneggiature televisive o cinematografiche, e in effetti, visto da questa angolatura, si presta molto. Sostanzialmente la storia è l’iniziazione sessuale del protagonista Oberdan Baciro che, dall’infanzia fino all’adolescenza e oltre, insegue disperatamente “quell’oscuro oggetto del desiderio”, all’interno di una serie di gag e situazioni al limite del credibile, perché in fondo, sintetizza le storie di tutti i maschietti di questo mondo, con la sola differenza che questo Oberdan è proprio uno sfigato. Non gliene va mai bene una, e quando la cosa sta per mettersi come uno penserebbe, succede sempre l’inevitabile. Insomma, lo si legge con il sorriso sulle labbra: ogni tanto si ride di gusto, ogni tanti ci si annoia, e ogni tanto si rimane incuriositi dall’ambientazione circoscritta nell’Italia fascista degli anni ’30 fino all’inizio della seconda guerra mondiale. E in effetti da questo punto di vista viene messo in evidenza il puritanesimo e il bigottismo (di facciata) solitamente nostrano, accentuando il situazionismo di quei tempi che, per il povero Baciro, assume toni paradossalmente divertenti, per lui e per il suo “chiodo fisso”.
Due valutazioni dicevo, perché se lo leggiamo dal punto di vista della scrittura, qualcosa andava corretto (anche se sono da elogiare i dialoghi in dialetto triestino che rendono molto credibile e comico lo svolgersi delle vicende); se invece lo guardiamo dal punto di vista satirico, lo si brucia in poche ore come una commedia leggera, e si rimane soddisfatti. In fondo, fra desideri, erezioni e illusioni quanti di noi farebbero il tifo per Oberdan Baciro ? Beh… penso proprio tutti !
Concludo con due battute dell’altro Luttazzi, perché in fondo diceva che gli uomini hanno solo due sentimenti: arrapato e affamato. Per cui, donne, date un’occhiata al vostro partner: se non è in erezione, fategli un toast !
E la seconda... da una statistica è risultato che il 50% degli italiani ha una relazione extraconiugale. Sapete che cosa significa ? Che, se non siete voi, è vostra moglie !
E Oberdan Baciro aggiungerebbe qualcosa? Nulla… lui era solamente arrapato, perché da mangiare, allora, non c’era neanche il pane, figuriamoci un toast. E le relazioni extraconiugali? Beh… lasciamo perdere. Ciao… buona lettura.
IL MIO NOME
Ogni volta ci riproponiamo
per inseguire un volto una frase
una trama con il finale identico
perfetto
per essere più giovani più vecchi
per essere più soli per dire
quello che non avevamo detto
Io ogni tanto rido
mentre qualcuno cerca il mio nome
così facile da imparare
In quanti l’hanno usato
conoscono la rima
in fondo al proprio abisso
Aspetto così l’ultimo tonfo
che non sarà il mio
e spio chi muove le mani
sopra un cielo capovolto
Ogni tanto guardo il mondo
mentre qualcuno grida il mio nome
così facile da bruciare
Nuvole gonfie di veleno
strisciano veloci sull’asfalto
da sembrare inafferrabili
Ma il tempo è soltanto
l’intuizione dei perdenti
lasciatelo da parte
non è nostro
e non guardate la mia pistola
ogni parola è lucidata
come una pallottola di vetro
Ogni tanto piango
mentre qualcuno cancella il mio nome
cos’ facile da dimenticare
Antonio Bianchetti da:
“Cinquanta milioni di Marylin Monroe non possono sbagliare”
(Ikona edizioni)
Splendida serata l’ altra sera nella sede del Gruppo Acàrya di Como, che ha visto come protagonista Andrea Temporelli con la sua poesia. Come avevo scritto nel post precedente, essendo la sua firma uno pseudonimo, siamo riusciti a entrare, o meglio, si è svelato l’ autore con le sue due personalità. Da una parte, Marco Merlin: il direttore della rivista Atelier, il critico letterario, (colui che ha cercato di dare un senso a questo lavoro importante, perso nella banalità clientelare di questi ultimi anni), l’ insegnante, e se vogliamo anche l’ uomo qualunque, inteso come lettore attento alle dinamiche di oggi. E dall’ altra parte invece, Andrea Temporelli, il poeta, il suo alter-ego, il suo doppio, colui che si eleva verso quel mondo parallelo che sta appena sopra di noi, che percepiamo a livello sensitivo, e che lui: il poeta appunto, ce lo svela, cercando di portarcelo dentro come una comunione fra il corpo e l’ anima e che, tra un verso e l’ altro, ci fa capire il vero significato del Verbo e l’ importanza del dono della parola, della voce, con le sue potenzialità: la vita e la morte che si incontrano nella continua danza del nostro divenire. E se il tutto nasce da una perdita, allora sarà proprio la fine, l’ inizio per ricominciare dove ci eravamo smarriti.
Intensa la lettura dei testi, interessantissimo il dibattito con il pubblico presente, dove l’ autore ha rimesso in gioco la sua personalità, calandosi nei difficili meandri del suo io, cercando un punto di contatto con gli ascoltatori. Essendo già stato nostro ospite, abbiamo trovato un Andrea Temporelli diverso da Il Cielo di Marte (la sua precedente raccolta) perché, mentre prima cercava di raccontare e racontarsi attraverso un’ analisi lirica che diventava canzone e che, tutto sommato, a parte qualche slancio polemico, il resto della silloge si circoscriveva dentro “l’ indagine domestica” della sua vita interiore; in questa sua ultima prova invece, l’ ho sentito più battagliero, più deciso, più intraprendente dentro a quella “repubblica dei poeti” che circonda la sincerità, e la trasforma. E avendo dato simbolicamente al primo libro la configurazione del padre e a questo la figura della madre, si deduce che il suo lato femminile è molto piu’ coraggioso e in maniera traslata, queste potenzialità, le ha riconosciute alle donne. Continua a leggere “ANDREA TEMPORELLI – reading nello Spazio Acàrya – Como”
Per il ciclo L’altra Italia – percorsi di poesia contemporanea, venerdì 19 ottobre presso la sede del Gruppo Letterario Acàrya in Via Grandi 21 a Como (alle ore 21,30) si terrà il secondo appuntamento, con la presentazione del libro di poesie Terramadre (edizioni Il Ponte del Sale) di Andrea Temporelli, uno degli autori giovani più interessanti del panorama culturale del nostro paese.
Andrea era già stato nostro ospite con il Il cielo di Marte (edito da Einaudi) la sua precedente splendida raccolta di liriche (già recensita in questo blog), e si ripropone al pubblico di Como con questa sua ultima opera. “Sono due libri che fanno parte del medesimo percorso, dice l’autore, e rappresentano due polarità, il primo la figura paterna e maschile, il secondo il mio lato femminile e la mia attenzione alla figura materna”. Non è un caso che il nome, Andrea Temporelli appunto, è sostanzialmente uno pseudonimo nato dal cognome da nubile della madre scomparsa prematuramente e dal nome del fratello morto in giovane età. Continua a leggere “TERRAMADRE di Andrea Temporelli”
AGORAFOBIA
Da tempo ormai ogni respiro
è uno spazio chiuso
perché sui libri inventati
è facile scrivere
la propria epopea
Precipitiamo dal nulla
dentro a milioni di stanze
a parlare di ieri
nonostante
sia passato un secondo
Abbiamo inventato
l’ eternità
oltre le attese atroci
che hanno fatto la storia
della nostra azione
perché abbiamo tanto tempo
da meditare
su chi ha inventato
il clitoride
e l’ eiaculazione
Il giorno è un lampo di neon
che prepara qualcuno
alla partenza
dell’ orizzonte chimico più in uso
sempre nel buio
e sempre in un luogo chiuso
Ma
vita e morte si confondono
dove non c’è più spazio
e dove non c’è più spazio
nasce una nuova vita
olocausto
delle nostre passioni
perdono
per una irrefrenabile continuità
(Antonio Bianchetti – da: Asheton Road / una radio-suite)
Ottima la serata della serie L’ altra Italia – percorsi di poesia contemporanea nello SpazioAcàrya di Como con la partecipazione della poetessa Elisa Biagini di Firenze, che ha proposto una serie di letture dai suoi ultimi due libri di poesie: L’ ospite e Nel Bosco (editi entrambi da Einaudi). La protagonista della serata si è rivelata una persona molto cordiale e simpaticissima, e soprattutto, si è rivelata un’ autentica professionista, capace di mettersi sullo stesso piano del pubblico presente e dialogando con loro, coinvolgendolo, facendolo entrare nella poetica interiore della sua ricerca letteraria e psicanalitica e, prendendolo per mano, lo ha condotto nei sentieri e nella genesi delle sue liriche. Il dibattito è stato molto costruttivo, cui ha seguito un’ altra serie di letture inedite, estrapolate dalla sua ultima fatica poetica probabilmente in uscita nel 2013 dove, la personalità del poeta tedesco Paul Celan, la figura del nonno minatore visto come simbolo di “una discesa nell’Ade” sulla scia del suo conterraneo e sommo Alighieri, emergono in una ricerca delle proprie radici, culturali e sensitive, per ritrovarsi infine nella stanza dove si rifugiò Emily Dickinson; quasi per fermarsi ad inquadrare il dramma di questi ultimi anni, dove lo scollamento della cultura dalla realtà, rimane prerogativa di una lotta in cui lo scrittore non può sottrarsi, anzi, è chiamato con la sua parola, in prima linea, per manifestarla… sempre. Insomma, una serata splendida e coinvolgente. Mi spiace chi se l’ha persa, ma sicuramente Elisa sarà ancora nostra “ospite” per un prossimo incontro futuro.
Da L’ ospite
tra noi la voce non
conduce e arriva, come
phon dentro l’ acqua,
ma si ferma come
d’ interruttore,
acceso o spento
a casaccio. Noi due
siamo un paese
sotto embargo,
che vive di parentesi e
silenzi, di blackout,
sì che quando la luce poi
ritorna, noi ci si è già
dimenticati cosa dire.
(…)
quel tavolo,
le sedie, i cento
soprammobili, sono
il tuo corpo, ogni
pezzo uno specchio
che ti dice, acqua di piatti
che non riflette
gli occhi.
da Nel bosco
succhio il vetro per meglio
vedere, perché la lingua
sia scia nel fondo del
bosco:
mi mangio la mia strada
via di qui.
(…)
metti il cappuccio
per chiudere le
orecchie, per
non sentire il
fuori: chiuditi,
bimba, torna
tonda e da
uovo sii
sasso,
ascoltati l’ eco
nella tua buccia
dura.
(…)
(vieni,
leggiti
nella zampa: lo
specchio del
non-visto
ancora).
Elisa Biagini
Presso la sede del Gruppo Letterario Acàrya in Via grandi 21 a Como, venerdì 5 ottobre alle ore 21,15 ci sarà un incontro con la poetessa Elisa Biagini. Inserito nel ciclo denominato L’ altra Italia – percorsi di poesia contemporanea, la serata di venerdì avrà come protagonista una delle voci più interessanti del panorama letterario nazionale. Tuttora ha pubblicato sei raccolte di poesia (alcune bilingui), fra cui L’ ospite (Einaudi, 2004); Fiato, parole per musica (Edizionidif, 2006) e Nel bosco (Einaudi, 2007). Sue poesie sono tradotte in moltissime lingue e ha partecipato a importanti festival letterari nazionali e internazionali. Ha insegnato negli Stati Uniti ed è anche traduttrice di poesia americana e oltre ad alcune raccolte di poetesse statunitensi contemporanee, ha curato il volume Nuovi poeti americani (Einaudi, 2006). Insegna scrittura creativa e Storia dell’Arte in Italia e all’estero. Inoltre ha collaborato e collabora con artisti di varie discipline, dalla musica alle performance multimediali. E’ anche lei autrice di installazioni e opere artistico-visuali. Continua a leggere “NEL BOSCO di Elisa Biagini”
Il 14 settembre scorso ci ha lasciato un altro grande poeta italiano: Roberto Roversi, protagonista dell’avanguardia letteraria del secolo scorso. Partecipò alla guerra di liberazione come partigiano e successivamente diede slancio al crescente movimento culturale italiano degli anni ’50. Non è casuale l’ avventura della rivista “Officina” condivisa con Pasolini e Leonetti, perché il suo impegno sociale era sempre stato quello di lottare contro le ovvietà e il perbenismo in cui la nostra società è sempre stata prigioniera. Di lui infatti ho ammirato la scelta di smettere di pubblicare con i grandi editori, per far girare i suoi materiali su semplici ciclostili fotocopiati, per gli amici e non, e di dedicarsi al suo lavoro di libraio che amava tantissimo. Ebbe anche molta notorietà come paroliere di cantautori importanti come Lucio Dalla (morto anche lui quest’anno), infatti i testi di album come Anidride solforosa, Il giorno aveva cinque teste e Il motore del duemila, brillano per la sublime quanto smagliante poesia, perché riusciva ad essere abrasivo, usando solamente le carezze delle sue parole. Canzoni come Un’ auto targata TO; E’ lì; Il Coyote; Passato, presente; difficilmente si possono dimenticare. Sempre parlando di musica, Roversi firmò anche il famoso pezzo degli Stadio: Chiedi chi erano i Beatles, per questo motivo successivamente alla sua morte, in rete, si è mosso un movimento di opinione per far conoscere il suo nome al grande pubblico: Chiedi chi era Roversi… Speriamo che non sia solamente un modo originale per farsi pubblicità da parte di questi artisti che lo conobbero, che usufruirono della sua speciale poesia per arricchire le loro canzoni. Speriamo che siano mossi da intenti sinceri e che il nome di Roversi circoli per avere il suo degno riconoscimento. Anche se a lui, nella sua semplicità, non importava dover apparire a qualsiasi costo; lui amava i suoi libri, la sua poesia.
Vi lascio con un brano da “Dopo Campoformio”, splendido poema lirico che narra le vicende della nostra penisola dal ’45 agli anni ’60, con un’ intensità e una ricchezza di contenuti da lasciare senza respiro. La sua voglia di raccontare, la sua voglia di cantare. Essere poeti nel silenzio della sua musica…
(…)
Scomparvero nelle piramidi di fuoco.
Quel tempo sporcò di melma le mani
dei sopravvissuti, dai gelidi cancelli
precipitarono ancora ancora
le mandrie nei macelli –
belare straziava la lama dei coltelli
in mano ai giovani carnefici.
Non è questo che voglio: ricordare.
No, ritornare a quei lontani
anni, a quei tempi lontani.
I cani erano più felici degli uomini.
I miei versi sono fogli gettati
sopra la terra dei morti.
E’ questo che dobbiamo contrastare.
(…)
Si… è proprio questo che dobbiamo contrastare, dentro al vuoto culturale che ci accerchia giorno dopo giorno, inesorabile, senza sosta, facendo diventare questo tempo assurdo, la normalità. Per questo motivo quando girerete per le strade del mondo chiedete a tutti chi era Roversi, e quando incontrerete qualcuno che conosceva il suo nome, avrete trovato un alleato
IL BLU
Un’ altra cometa passerà
per farsi leggere
per farsi amare
sopra il frastuono
dove insieme vivono
gli squali
i delfini i caimani
oceani immani
dentro l’ uragano delle strade
Hotel disperati
cercano di accogliere qualcuno
con il cielo nella mano
o che sappia dipingere il soffitto
con la scia
del suo colore indefinito
Un’ altra cometa se ne andrà
e un’ altra marea passerà
a lavare la notte
e portare sul fondo del mare
l’ ultimo artista
rimasto a guardare
(antonio bì – da “La città riflessa /i colori”)
In quest’anno particolare, con le ferie fatta a spezzoni, ne ho approfittato girando per mostre ed esposizioni, e oltre a quella di Bill Viola a Varese, volevo segnalarvi quella del pittore cinese Fang Lijum alla GAM di Torino: splendido edificio multifunzionale per l’ arte contemporanea.
Fang Lijum è nato a Handan in Cina ne 1963, ed è considerato a tutti gli effetti uno dei più importanti esponenti dell’ espressività artistica di questo paese. La sua pittura si inserisce nel filone chiamato “realismo cinico”: una corrente nata negli anni ’90 proprio in Cina e sviluppatasi parallela alla crescita socio-economica di questo inizio millennio. L’ idea si concentra sull’ analisi della storia politica cinese nel corso del ‘900, come se la Rivoluzione Culturale diventasse lo sdegno di un’ utopia fallita fino alle conseguenze dell’ attuale boom economico. Lo strascico di tale evoluzione viene quindi trattato con un’ ironia terribile e sarcastica al tempo stesso dove, aggressività, umorismo, illusioni oniriche e slanci creativi, convivono con una poesia dell’ insieme che travolge lo spettatore creando un impatto notevole. Non è un caso che le dimensioni dei quadri sono davvero imponenti, perché vanno dai 4 metri di altezza fino ai 17 metri di lunghezza di alcune opere, offrendo a chi guarda uno spettacolo davvero grandioso, perché ci si sente calati nelle dimensioni immense di questa grande nazione, rimanendo esterrefatti.
Considerando che questa è la prima ed esauriente esposizione di Fang Lijum in Italia, valeva la pena andarla a vedere, anche perché il curatore (Danilo Eccher) non ha fatto solamente un lavoro di marketing, ma si è dimostrato un autentico professionista, allestendo un percorso con un interesse accattivante e cronologicamente sensato, dove l’ opera dell’ artista cinese si gusta in tutti i suoi lati immaginifici e ironicamente “deliranti”; anche se per delirio intendo non la pazzia ma, le visioni che spaziano da una realtà complessa, alla deformazione quotidiana dei sogni di ognuno dei suoi protagonisti, anche quando i protagonisti sono la collettività intera di un Paese.
Nelle prime sale sono esposte le opere dove immensi sciami di insetti mischiati a uccelli e neonati e topi, formano dei vortici apocalittici, oscurando cieli e città, continuando lo spirito che non riesce a coniugare natura con evoluzione tecnica. Poi ci si ritrova immersi nella sala “dei morti” dove queste grandi tele lasciano capire che lo strazio per piazza Tian’anmen non si può dimenticare, proprio perché chi crede nelle idee giuste deve essere sempre ricordato, come la strage della settimana di sangue a Parigi nel 1871 (ormai caduta nell’oblio). Infatti le controversie della nuova società economica emergono con immagini di persone seppellite dall’oro, ma riprodotte con un pianto a metà fra la disperazione e la gioia; come se dei novelli Paperon’ de Pareroni non sapessero cosa farsene di tutti questi soldi, o della loro vita.
E allora si continua con i dipinti dove vengono riprodotti i volti della gente come territorio del nostro pianeta, e poi allegorie di personaggi in uno scontro totale fra la terra e il cielo dove angeli rossi e topi neri si dividono le scorie delle nostre sciagure. E poi ancora bambini che piangono circondati dai soliti insetti e i genitori che ridono sotto le acque di un apparente benessere, mentre l’umanità intera rimane inconsapevole di quello che l’ aspetta. Il crinale del baratro è proprio sotto di noi, basta una piccola spinta, un tocco leggero per farci precipitare, di sotto e “di sopra”, con risate e lacrime.
![]()
Le ultime sale sono un turbinio d’acqua, vortici immensi dove tutto viene deformato e capovolto. Tele enormi e grandiose che fanno da contraltare ad un’umanità troppo occupata a difendere la sua ipocrisia, mentre il bastimento che dovrebbe portarla verso le soglie del futuro, non si preoccupa delle altissime onde di una tempesta che la circonda. E allora mentre si cerca di fuggire dentro i propri sogni, nessuno si accorge che il precipizio è proprio sopra le nuvole.
LIPOSUZIONE
Le cene sono rovinate a volte
da liste d’ ingredienti falliti
come un passato non gustato
dentro a piatti che non ci appartengono
dove ognuno mastica da solo
dove ognuno beve le sue ore
anche se ieri un cuoco inesperto
voleva togliere
un po’ di grasso dall’ amore
I viaggi sono cambiati a volte
dalle terre troppo estese per un passo
e dal presente non si elimina
la complice stanchezza di una pausa
dove ognuno si volta sempre indietro
dove ognuno fruga nella sua ferita
anche se oggi un vagabondo stanco
vuole togliere
un po’ di grasso dalla vita
Gli sguardi sono confusi a volte
dalla miopia che sfoca gli orizzonti
e nel futuro non vedremo
il sogno del proprio panorama
dove ognuno crede nella sua pazienza
dove ognuno si perde nella sua amnesia
anche se domani un poeta illuso
vorrà togliere
un po’ di grasso alla poesia
(antonio bì – da: “Asheton Road / una radio-suite”)
L’ AZZURRO
Vieni qui
lasciati andare
c’è tanto vento per dimenticare
Lasciamoci alle spalle la metropoli
chiusa in un acquario
di espressioni mute
Hanno cambiato le parole
in immagini perfette
perché non volevano emozioni
quando si pronunciavano le lettere
Non gli interessavano i pazzi
i non vedenti
gli anziani prenotati dall’ oblio
gli autisti dei bus addormentati
dentro al loro capolinea
Non girarti a guardare le fiamme
come hanno fatto in tanti
arrivati a questa spiaggia
Vieni qui
lasciati andare
c’è tanta acqua per ricominciare
(antonio bì – da La città riflessa: i colori)
performance di letture e video
realizzata insieme al pittore Luigi Florio
IL GRIGIO
Tutti insieme ci mischiamo
e non facciamo altro che dimenticarci
prima dell’ arcobaleno
Lo so
c’è stato un pittore
che vide
un grigio bellissimo e particolare ma
nessuno lo voleva
nessuno ci credeva
Forse è cecità
la nebbia che nasconde le montagne
insieme ad altre stelle
dopo il nubifragio
Altre piogge
lasceranno sull’ asfalto
pozzanghere senza identità
residui
delle nostre impronte
passi veloci a ricordare
solamente il freddo
oltre alla viltà
(antonio bì – da “La città riflessa – i colori”)
E’ notizia dell’ altro giorno: multato a Venezia barbone (?) perché vendeva poesie per strada. Vabbé… ce l’abbiamo fatta, siamo riusciti ad essere sanzionati anche in quel poco che facciamo: per gioia, per dolore, per gioco o per necessità. OCCUPAZIONE ABUSIVA SUOLO PUBBLICO ! 60 EURO ! E PER LA VENDITA NON AUTORIZZATA 5000 ! (sorbole…) Immaginatevi la faccia del malcapitato che, poveretto, aveva pensato ad un espediente simpatico e curioso per se stesso e i probabili avventori. Non ce niente da fare, la poesia non riusciremo a venderla neanche di contrrabbando o di straforo, per questo, amici poeti, state attenti quando vi muovete con i vostri libri, perché ci sarà sempre un “vigile” solerte, pronto a seguire i vostri spostamenti, e cogliere la vostra improvvisa e sbadata manovra non corretta.
Io nelle varie città europee ho visto vendere di tutto: carezze al gatto, parole “dolci” a peso, libri d’ aria e frittelle di buonumore e, forse, i gendarmi ci facevano sopra una risata. Che dire al poveretto di Venezia… io metterei il banchetto davanti al tribunale, nell’attesa del giudice istruttore perché al momento del passaggio, cortesemente proporrei: GRADISCE UNA POESIA ! …e davanti al suo “sorriso serio” e imperturbabile la declamerei ad alta voce, alla mercé di tutti: GRATIS ! Potrebbe essere il suo titolo, perché quando l’ autorità sarà sparita nell’androne dei suoi mille corridoi, girandomi verso la scritta dove la legge è uguale per tutti, mi firmerei così: THIE’ !!!!!!!!!!
IL GIALLO
Non illudetevi
e non chiedete pietà
non guardate nell’ aldilà
non fuggite
credendo di essere leoni
Fermatevi a guardare
e basta
C’è tanta luce sopra le case
tanta voglia di lottare
tanta voglia di cercare
dentro a quello che troviamo
oltre il tuono
intorno al suono
che percorre veloce
una corsia d’ emergenza
il calcolo delle probabilità
il vuoto l’ astinenza
l’ illusione
di comprare il sole
e di vincere da soli
dopo l’ ultimo crollo
(antonio bì – da “la città riflessa / i colori”)
Nella pregevole cornice di Villa Panza a Varese, sono appena andato a visitare la retrospettiva di uno dei più interessanti artisti di questi ultimi anni, Bill Viola. Nato a New York nel 1951 è a tutti gli effetti considerato un genio lirico e poetico della “videoespressività”, avendo sperimentato questa tecnica agli inizi degli anni ’70 insieme a maestri del genere come Bruce Nauman e Nam June Paik. Partito dalla tecnica filmica in formato videotape, via via si è poi evoluto utilizzando sempre tecnologie più sofisticate e futuribili, avvalendosi di autentici specialisti del settore ed entrando in un discorso cinematografico di autentica qualità, per la ricerca della funzionalità e della trasposizione del colore e dell’ impatto emotivo che questo provoca insieme alla costruzione scenica; anche se fermarsi alla molteplicità dell’ analisi cromatica della fotografia è riduttivo, perché questa è soltanto la base di partenza per una “sceneggiatura” dell’ insieme, che trasporta lo spettatore nell’ universo della sua percezione: il tutto per interagire con il fruitore delle immagini e trasportarlo in esse. Allestita dallo stesso artista e dalla moglie Kira Perov, questa mostra è stata pensata appositamente per dialogare con l’ architettura del luogo e la Collezione Panza, splendido luogo di luci e riflessi che Giuseppe Panza ha raccolto fin dagli anni ’50, e il tutto interagisce alla perfezione: stanze, natura, figure.
“U
na delle caratteristiche degli esseri viventi – dice Bill Viola – è di possedere molti io, identità molteplici fatte di momenti contraddittori e capaci di trasformarsi all’ istante (…) Il lavoro dell’ artista mi ha insegnato che il vero materiale grezzo non sono la telecamera e il monitor, ma il tempo e l’ esperienza stessa, e che il vero luogo in cui esiste l’ opera non è la superficie dello schermo, ma la mente e il cuore della persona che la osserva. E’ là che tutte le immagini vivono”. Non è un caso che i visitatori sono calati all’ interno di un percorso (le videointallazioni sono undici, e ognuna di esse ha bisogno di un ampio “tempo di osservazione” che varia dai dieci minuti alla mezz’ora, in base alla durata del “messaggio”) affascinate, fatto di spiritualità e di energia e dove le tematiche della vita e della morte e della trascendenza, si fondono insieme per giungere alla conoscenza di se stessi. Avendo la capacità di essere dei veri e propri quadri in movimento, ognuno di noi è trasportato all’ interno della sua essenza, esplorando tutto il fenomeno della percezione e della riflessione. Della prima serie di opere: Reflecting Pool (1977 – 1979) e The Darker Side of Dawn (2005), quelle che mi hanno colpito sono state la serie Transfigurations (2007 – 2008), e soprattutto quella intitolata Three Women, dove si vedono tre figure femminili (probabilmente una madre con le sue due figlie di varie età), dapprima impercettibili come ombre nel buio, e poi man mano che si avvicinano ai primi piani sempre più distinguibili, fino a che, improvviso, un “confine d’ acqua” le porta alla luce; a questo punto dall’ iniziale bianconero emerge un colore magnifico realizzato con le più avanzate tecniche digitali. L’ emozione è fortissima, come se tutti gli anni delle esistenze roteassero intorno a questo elemento primario come simbolo di transizione fra la nascita e la nostra scomparsa e, successivamente, alla purificazione. Poi si torna indietro, e si ritorna nell’ ombra.
L’ esposizione prosegue sempre intorno alle tematiche esistenziali della dissoluzione e della rinascita e della loro contrapposizione che, in opere come “Nantes Triptych” (1992) evidenziano come si “partorisca con dolore” e si muoia in silenzio, mentre nel “mezzo” il liquido amniotico è soltanto un passaggio fra i due mondi. L’ acqua è la nostra necessità permanete, il nostro vero e unico universo dove tutto inizia e tutto finisce, per liberare e ricercare l’ anima, fra tecnologia ed emotività, dimensione interiore e dimensione estetica, raffinata modernità e spiritualità.
Nella mostra è presente anche la celeberrima “Emergence” (2002) dove, attraverso un rallenty quasi “esasperante” e cognitivo, due donne (Maria e Maddalena) piangono un Cristo che lentamente emergerà dalle “acque” del sepolcro ma, l’ illusoria resurrezione, è presto vanificata dal realismo della morte che non lascia scampo. Un omaggio ai grandi capolavori del passato, realizzato con stupendi colori che ricordano gli affreschi del rinascimento e della tradizione pittorica italiana, idealmente, Bill Viola lo ha dedicato per questa occasione, ai dipinti di Masolino da Panicale della Collegiata di Castiglione Olona.
Un critico ha scritto che la bellezza dei suoi video è tutta nell’ assenza di retorica, nell’ apparente minimalismo delle inquadrature, nella teatralità raffinata ed elegante che non stanca ma sa intrigare le aspettative dello spettatore, e io aggiungerei: mai banali, con un “effetto sorpresa” che non sa mai di troppa ricercatezza, ma al contrario, seduce e coinvolge, e non stanca mai, anzi, il filmato lo si rivede con piacere.
Anche se non è messa in senso cronologico l’ ultima installazione “The Sleepers, idealmente chiude l’ esposizione perché dei bidoni con dentro video che riprendono volti di gente che dorme, rappresenta, insieme all’ acqua che li sommerge e che si muove percettibilmente, lo spazio onirico della nostra resa di fronte alla realtà, o quell’ inconsapevole pausa della nostra vita dove esistiamo solo come corpo; forse, il nostro spirito, finalmente è libero di gioire o di fuggire altrove, magari solo per poche ore, perché al risveglio qualcosa di noi deve rimanere, incancellabile, per lasciare qualcosa a chi verrà dopo di noi… “L’ esistenza è una grande avventura creativa, nel segno della comunione tra soggetti che provano a sconfiggere l’ effimero, attraverso la potenza dei segni, dei gesti, tracce che lasciamo dietro di noi, al mondo degli altri”. E se Bill Viola ha lasciato veramente qualcosa, anch’io inizialmente avevo postato alcuni suoi video per farveli vedere, ma siccome erano incompleti, o filmati da appassionati occasionali con semplici videocamere, tutti perdevano almeno del 90% di quel’ effetto fantasmagorico che hanno quando si guardano dal vivo. Se volete cercarli su youtube potete farlo senza nessun problema, anche per farvi un’ idea, ma il consiglio che posso darvi è quello di non perdervi la prossima volta che questo grande videoartista tornerà in Italia. Vedere per credere… in fondo, quest’anno che rimane in equilibrio attorno alle tematiche della vita e della morte, continua inarrestabile trasformando i giorni in una successione di domande, e le risposte sono sempre nascoste nelle nostre emozioni più profonde, e da cui non possiamo fuggire.
il Barman del Club
IL BIANCO
E’già iniziata
o c’è sempre stata
insieme a un rumore di fondo
quella che ovunque chiamiamo
la fine del mondo
intorno alla nostra comprensione
e all’ equivoco di misurare il tempo
prima che sparisse
nel preciso momento che separa
la genesi dall’ apocalisse
nell’ istante in cui l’ abbiamo immaginata
come una forma di paura
perennemente attesa
e già passata
– Ma quelle sagome laggiù –
sussurrò qualcuno
– sembrano delle abitazioni –
“illusioni – amico – illusioni verbali”
perché la differenza tra la fine e il fine
è solamente una questione
di articoli casuali
(antonio bì)
poesia letta nella performance “La città riflessa – i colori”
realizzata insieme al pittore Luigi Florio
+ 05) On the Rock – letteratura necessaria (libri per vivere e morire), 11) Un calice di vino – per intenditori (arte – mostre – performance)
PATRIK OUREDNIK – OGGI E DOPODOMANI – discorsi di cinque sopravvisuti
![]()
Patrick Ourednik, nato a Praga nel 1957, è uno scrittore eclettico, saggista, linguista, sceneggiatore, traduttore, ricercatore di opere letterarie particolari e sconosciute al grande pubblico, e per i più curiosi è anche un grande esperto di scacchi ( quest’ultima nota non è casuale perché nella sua opera si sente e si percepisce questa passione). Nel 1984 ha lasciato l’ allora Cecoslovacchia, per trasferirsi a Parigi come esule volontario, dove attualmente lavora. In Italia :duepunti edizioni ha pubblicato “Europeana – Breve storia del XX secolo” (2005) un successo internazionale dall’ ironia lacerante e sarcastica. Tradotto in oltre venti lingue è una sorta d’ inventario apocalittico che accomuna banali invenzioni a movimenti politici, “b-side” sociologici a eventi epocali. E “Istante propizio” (2006) liberamente ispirato a un’ esperienza anarchica tenuta in Brasile verso la fine dell’ 800. Un romanzo breve su un’ utopia libertaria che tale rimarrà solo sulla carta, perché ripercorre, come già in Europeana, tutte le rappresentazioni dei difetti dell’ umanità osservati da diversi punti di vista, perché ritrovarsi in mezzo alle problematiche appena lasciate dietro le spalle, sostanzialmente, è la consapevolezza che i nostri istinti più “bassi” rappresentano la barriera insuperabile delle nostre “verità”, come se l’ ideologia, o meglio ancora l’ utopia, fosse un prodotto preconfezionato nel supermercato sotto casa, dove basta rifornirsi da soli per partire verso un lungo viaggio.
Ebbene, sempre la casa editrice di Palermo :duepunti a pubblicato questo “Oggi e dopodomani – discorsi di cinque sopravvissuti” (2011), che a tutti gli effetti è un opera teatrale divisa in quattro scene e un epilogo. Dove, si leggono in questa rappresentazione, i dialoghi di, prima tre e poi cinque personaggi, chiusi loro malgrado all’ interno di una stanza da dove non si può uscire, perché le porte non hanno maniglie, e dove, pare, che all’ esterno sia avvenuta la fine del mondo. Il contesto assurdo viene amplificato dagli strani discorsi dei protagonisti, come se cinque mondi prima in equilibrio e poi in collisione rappresentassero tutta l’ umanità, attraverso le loro paure e i loro desideri. Il tutto è condotto dalla sottile satira dell’ autore all’ interno di un’ atmosfera straniante e nello stesso tempo “troppo normale”, vista la questione in oggetto: ma se la fine del mondo ci fosse sempre stata ? E noi non ce ne siamo mai accorti ? …e anche se ce ne fossimo accorti non ci abbiamo mai fatto caso ? Domande banali… domande importanti… chi lo sa, il resto è teatro, finzione scenica o illusione di una verità che ci circonda, quotidianamente.
CARLO – La verità non è mai assoluta. Ci vuole particolarità.
GIOVANNI – Particolarità !
CARLO – Perché ? Non si può dire ? Tipo andare nei particolari.
GIOVANNI – Il fatto è che la verità che ci riguarda, qui, vale solo nei particolari. Il mondo è scomparso, la gente è sparita, la strada va verso l’ interno, ma non verso l’ esterno. Siamo qui da tre giorni, e ancora non sappiamo che cosa succede.
CARLO – Ma qui si sta bene ! Abbiamo sedie per sederci, una tavola, un letto e un bel po’ di provviste. Che altro ci serve ?
GIOVANNI – Sapere che è successo…
E mentre in un mondo che ha inventato di tutto: l’ automobile, la televisione, lo spazzolino da denti, internet, ma non ha inventato le maniglie delle porte, ebbene, in questo mondo le pareti, impercettibilmente, si stringono sempre più; qualcuno se ne accorge, qualcun’ altro meno. Intanto il mondo, forse, rimane sempre uguale… Tutto finisce, gli spettatori se ne vanno, ma le porte sono state chiuse, al posto delle maschere e del guardarobiere ci sono ora dei manichini. Tutti andranno verso le uscite di sicurezza ma, saranno sicuri che il mondo esista ancora ? …vi ho già svelato il finale ? Ne siete proprio sicuri ? Provate a guardare fuori dalla vostra finestra…
il Barman del Club
PIOGGIA GELIDA
(Lamento di un pupazzo di neve)
Non posso che assimilare torture
mentre il tempo spacca il silenzio
luce divelta dalle urla
paragoni che si intrecciano
sul viso sfatto
lacerato dai tagli delle chiacchiere
come se il passato
fosse solo un’ invenzione
La decomposizione delle forme
aumentava la paure
che più profonde ho colto
trasfigurate come sagome di facce
nei luoghi aperti dell’ immobilità
nei deserti chiusi
dove ognuno ha una colpa da nascondere
Ma
è alle sue origini che voglio tornare
degustando la vertigine che affiora
e che ormai troppo spazio ha aperto
Eppure
ogni mattina mi adagio
a rintracciare echi
di inganni e di massacri
a sciogliere insieme alla mia pelle
voci confuse e note
e bombe termonucleari
dentro alla chiusura di una palpebra
Tra tutte le voci del giorno
lento svanirà
il solitario tormento
fioco monologo perduto nell’ alba
pronto a lacerare la prossima luna
grido mannaro
che ripopola gli squarci
come se l’ acqua fosse
un rigagnolo di sangue
Antonio Bianchetti
da Esilio di sicurezza – Lampidistampa editore
Forse aveva proprio ragione Howe Gelb, dicendo che la fine del mondo non avverrà con una catastrofe planetaria ma, giorno per giorno, senza che nessuno se ne accorga. Poi ci viene a mancare qualcosa che ci appartiene e all’ improvviso ci sentiamo più soli, più vuoti, più invisibili e persi. Il 21 agosto è morto Sergio Toppi. E’ vero, avevo detto che non volevo parlare più di morte, ma in questo 2012, “giorno dopo giorno”, vengono a mancare quelle persone che appartenevano alla mia vita, che erano, intorno e dentro alla mia vita, e che contribuivano a mantenerla più colorata, più vera. Sergio Toppi era un illustratore straordinario e un fumettista dal tratto unico e fuori dagli schemi, appartenente a quel gruppo di pochi che hanno fatto diventare questo prodotto di consumo in una vera opera d’arte, perché tale va considerata, perché dentro di sé raggruppa in una poetica d’insieme, l’immagine e la parola con tutta la sua musicalità e la sua rabbia, e nello stesso tempo può essere, a seconda di come la si vuole usare: passatempo o letteratura, consuetudine o gioia rivoluzionaria.
Io lo conobbi verso la fine degli anni ’70 quando, studente della Scuola d’Arte e appassionato di fumetti, visitando una mostra sull’ illustrazione, finalmente vidi di persona questo disegnatore che mi aveva colpito leggendo i giornali dell’ epoca, per il suo tratto artisticamente unico, l’ equilibrio delle inchiostrature e del bianconero, le inquadrature delle pagine, l’ originalità dell’ insieme; e poi le sceneggiature, le quali molte erano scritte da lui e che lasciavano senza fiato. Il mio entusiasmo di allora si fondeva con quella voglia di cambiare il mondo che, nell’ universo giovanile, si costruiva intorno ai propri eroi e ai propri slanci e così, divenne un mio modello e un mio ideale maestro che seguii nel corso degli anni. E quella scelta si rivelò per tutta la sua qualità, perché il processo di costruzione delle sue immagini, divenne via via arte vera a tutti gli effetti, anche se parliamo sempre di illustrazione. Potete se volete chiamarlo “artigiano”, io l’ho sempre considerato un “gigante”.
Se andate in rete a gustarvi l’ infinita serie di immagini che ci ha lasciato in tutti questi anni della sua attività, vi troverete di fronte ad una lunghissima serie di tavole bellissime da gustare per la gioia degli occhi. Anche se il mio consiglio è quello di andarvi a comprare i suoi racconti illustrati, la sue storie magiche e reali al tempo stesso, le sue poetiche visioni.
Il tutto è un insieme di bellezza e illusione che rapisce e coinvolge una intera esistenza. Per questo motivo ha ragione l’ amico Howe: la fine del mondo avviene giorno per giorno con quello che lasciamo per strada e che non ritroviamo più. Per fortuna gli artisti lasciano ai posteri la loro opera immortale e senza tempo; almeno loro, non moriranno mai. Per noi che continuiamo ad assimilare quel che rimane del mondo, ci rimane davanti l’ eterno dubbio: essere o non essere ? questo è il problema…
il Barman del Club
Lasciatemi i sogni
Lontano dal paradiso
guardo il mistero della vita
non c’è ragione
di essere inquieti
quando
il canto breve di una farfalla
trascolora la luce dell’ aurora
dentro un altro giorno
dentro un altro inizio
Ogni luna sorge
senza far rumore
perché la notte non ha bisogno
di tutti i nostri suoni
e le stelle non parlano mai
quando il buio è solamente
un attimo d’ intimità
abbandonato nei ricordi
Allora
mi sono sepolto
per essere solo
Rifuso nel tempo
lasciatemi morire
nell’ attimo che sopravviverà
lasciatemi il vento
per conoscere l’ anima
lasciatemi i sogni
Antonio Bì
+ 09) Old Fashioned – senza tempo (protagonisti del passato), 12) Long Island Ice tea – la classe non è acqua (grandi artisti)
“Mordo la pesca pensando all’ uva con il gusto dell’ albicocca” – Giuliano Beretta e la sua poesia
![]()
Scrivere qualcosa su Giuliano Beretta è facile e difficile nello stesso tempo, e come spesso succede in questi casi mi è venuto ha disposizione il caso, o meglio, la casualità degli eventi dopo il suo funerale. Per quelli che non lo conoscevano possiamo dire che era una persona straordinaria, sempre con il sorriso e la voglia di scherzare, poeta nella vita e nello scrivere, grande amico di chi viveva l’ arte in maniera totale; esuberante, narcisista, anarchico, come anarchica era la sua poesia, con due sole possibilità: o piaceva, o non piaceva; però era inevitabile non farti coinvolgere da lui e dal suo carattere estroverso. Bastano i titoli delle sue raccolte poetiche per circoscrivere il personaggio:
“…Non è colpa dei mattoni” ; “JULIEN Poesie d’ amore” da cui deriva il mitico verso “avrei voluto conoscere una donna francese per avere il piacere di essere chiamato JULIEN” e Julien è rimasto, incancellabile, nel suo tracciato quotidiano e nei suoi rapporti con gli amici. E poi ancora “Decomposizione di un diario”; “La neve è acqua vestita da sposa”; “Rumori di grammatica”; “Ho stancato il buio”; “Le mosche del mio tempo non avevano fantasia”; (tutte edite nella collana “I quaderni dell’ Acàrya” a cui lui era molto legato, come molto legato era al Gruppo Acàrya: sua isola felice del venerdì sera, che ha difeso fino allo stremo, anche da quelli che hanno cercato “carriera” altrove). E per finire la raccolta antologica “Poesie scelte” (edizioni New Press) e per ultimo “Nel gioco veloce della preda” (Carlo Pozzoni Editore), presentato tra l’ altro solamente nello scorso maggio, sempre nella sede dell’ Acàrya.
Per quelli che lo conoscevano rimane il suo eterno sorriso e la sua continua voglia di stupire di fronte ad ogni cosa. Se qualcuno gli diceva di togliere due versi da una sua lirica per farla diventare più funzionale, lui aggirava il discorso con mille parole perché in fondo, la poesia la vedeva alla sua maniera e come voleva lui. Se qualcuno gli diceva che insegnava alla Sorbona o alla Bocconi, lui rispondeva che aveva la “cattedra” alla “GS” dove, salumiere, aveva iniziato a scrivere sulla carta da pacco per declamare poi la sua creazione al microfono, fra la gioia e la costernazione degli avventori. Perché lui era così, egocentrico fino allo stremo, ma di un egocentrismo che, non avendo perdonato ad altri, a lui perdonavamo, perché sapevamo della teatralità con cui si promuoveva e del grande amore per la sua poesia: la sua vita.
A ricordarlo con estrema sintesi basta il verso con cui ho intitolato questo post: “mordo la pesca pensando all’ uva con il gusto dell’ albicocca”; badate bene, questo è un verso tratto da una sua poesia d’ amore, e se voi andate a leggervi le poesie d’ amore anche dei grandi autori, verrete seppelliti da una continua infarcitura di sdolcinature, luoghi comuni, infantilismi adolescenziali senza fine. Ebbene, in un solo verso di Julien c’è tutto il mondo dell’ amore: la passione, la seduzione, la sensualità, l’ erotismo, la voglia di vivere e gustare la sua libertà come un gioco condotto dalla bellezza dei sensi, dalla carnalità fresca di una natura maturata per la bocca e il corpo, semplice e spensierata. Perché così vogliamo ricordarlo, una gioia che gli nasceva dal cuore nonostante le ferite inferte da una quotidianità che non lascia scampo, e dalla storia di ognuno di noi, come la sua che voleva raccontare agli altri: un dolore che diventava colore, o sangue tramutato in vino, decantato per noi, o per chi lo voleva capire. Sicuramente salito al cielo con tutti i trionfi o la semplicità di un uomo qualunque, la prima persona che avrà incontrato sarà stata una donna francese, e nel sentirsi chiamare Julien ! avrà risposto con il suo solito sorriso, esclamando: finalmente !!!
![]()
Di lui volevo ricordare un aneddoto che mi riguarda. Un giorno ero al supermercato di Sagnino (la frazione di Como dove era residente Giuliano), io ero prima delle casse, in attesa di pagare i miei acquisti, lui invece me lo sono trovato di fronte perché aveva già terminato la procedura di spesa, e appena mi vide incominciò a gridare ad alta voce: SALUTATE QUEL SIGNORE CHE E’ IL PRESIDENTE DELL’ ACARYA, SALUTATELO ! SALUTATELO ! PERCHE’ VI PARLERA’ DI CULTURA, NON COME VOI CHE PARLATE SOLO DI CALCIO, DI PATATINE E DEL CULO DELLE BALLERINE ! SALUTATELO E SALUTERETE LA CULTURA… Potete immaginare il mio imbarazzo in quel momento, ma presi la palla al balzo e risposi: perché invece a te ti conoscono vero ??! Lui mosse le mani con una sorta di OOOOOOOH !!!! e rise insieme agli altri; poi non sapendo cosa dire improvvisando aggiunsi: allora sei un uomo fortunato, PERCHE’ ? perché sei nato fascista, ti sei ritrovato comunista, sei stato costretto a vivere democristiano, e poi hai mandato tutti a ‘fanculo e sei diventato anarchico… e lui senza esitazione rispose: DI UNA COSA HAI RAGIONE, HO MANDATO AFFANCULO TUTTI ! e mi abbracciò come se fossi un figlio, perché lui era fatto così, attore e spettatore di se stesso.
Ma a proposito di attori…
Avevo iniziato parlando della casualità della vita e di come spesso accadono i fatti dopo certi momenti, anche luttuosi come questo. Ebbene proprio ieri sera sono andato ad un evento culturale che si svolge a Como, e ho visto il film Big Fish, che a tutti gli effetti sembrava la rappresentazione della vita di Giuliano Beretta, perché raccontava la vicenda di un uomo, il quale viveva, raccontando appunto la sua vita con una infinità di storie a cavallo fra realtà e fantasia e dove, non si capiva mai, dove iniziava la realtà e dove finiva la fantasia, e dei rapporti anche conflittuali con l’ unico figlio (che rappresentava sostanzialmente la razionalità), ma che alla fine, insieme alla nutrita serie di personaggi che avevano costellato i suoi fantasiosi racconti, si ritrovavano al funerale di lui, per l’ epilogo di una storia poetica e struggente, per come si può capovolgere un’ esistenza mantenendo sempre il sorriso sulle labbra, e come tale essere ricordati.
Addio amico Julien, noi ti ricorderemo sempre così: col sorriso, e con le tue storie…
il Barman del Club
Le pareti
hanno smesso d’ incontrare
le immagini consuete
hanno smesso di parlare
E sono tante le ombre
che ad ogni desiderio
cambiano la forma dell’ infinito
si muovono
si spostano senza tregua
affollando
i territori del mio sguardo
dei miei gesti
intenti ad accarezzare i muri
Il buio le confonde
inconsapevolmente
e se accendo le candele
per individuarle
sono troppe le fiamme
che vogliono dialogare insieme a loro
Ad una ad una
si spengono da sole
soltanto l’ ultima rimane accesa
davanti all’ uscita di questo labirinto
Ma ci sarà sempre un’ altra stanza
un’ altra soglia
che ora non posso oltrepassare
L’ oscurità bisbiglia sottovoce
dentro a questo mondo incompleto
e un ‘ altra luce e un’ altra ombra
mi accarezzano nel sonno
Antonio Bì
QUELLA LUCE DOPO MEZZOGIORNO
Per un attimo
il sole si è fermato
e quella luce dopo mezzogiorno
è rimasta identica
all’ estasi che l’ ha preceduta
per un attimo
Non c’erano ombre
a oscurare i movimenti
di tanta libertà
insieme a quella brezza
Non c’erano nubi
a nascondere tutti i desideri
insieme a quella danza
e alla bellezza
Ma la vita è breve
come la farfalla
che provoca l’ uragano
sbattendo le sue ali
Poi
un altro mattino
avrà ancora
le sembianze della creazione
e il sole si fermerà di nuovo
per un attimo
Antonio Bì
QUEL TUO SGUARDO
Quel tuo sguardo
andava oltre la vita
oltre i cieli delle parole inutili
dove l’ umanità
ha inciso i suoi alfabeti
I tuoi occhi sapevano
che i mondi conosciuti
non bastavano a condurti
dentro a quel battito di ciglia
capivano
che milioni di parole
erano muraglie costruite
insieme ad altre mura
Io ti rimiravo sorpreso
e sostavo inquieto
sulle strade invisibili
che percorrevi sicura
insieme alle tue carte
Ora invece tendo la mano
perchè ho perso la strada
e l’ unica stella conosciuta
è sparita dietro l’ orizzonte
Ogni notte
guardo questo buio immenso
Ogni volta invento un cielo nuovo
aspetto che sia la polvere
la luce del mattino
aspetto che sia l’ alba
la luce dei tuoi occhi
Antonio Bì
Devo chiedere scusa; mi sono accorto che nel parlare dei miei scritti ho usato la parola “poesia”… invece sono solamente “emozioni”. La poesia è un’ altra cosa, fidatevi. Moravia ha detto che di poeti in un secolo ne nascono due, tre al massimo; forse esagerava, ma non era distante dalla verità. Nel discorso che Montale fece durante l’ investitura del Premio Nobel a lui attribuito, disse: “…sono rimasto molto sorpreso di questo premio assegnatomi per un prodotto così inutile… (fece una breve pausa, e immaginatevi in questo momento l’ espressione dei membri dell’ Accademia di Svezia. Ma poi proseguì dicendo) …ma, mai nocivo”. Probabilmente il segreto è tutto qui, anche perchè Borges diceva che “ogni poesia è misteriosa, nessuno sa intendere cosa gli è stato concesso di scrivere”. Mistero, emozione, semplicità; la cosa importante è appunto provocare un’ emozione, è questo lo scopo di chi scrive e forse, anche lo scopo della vita. E se la poesia è la prova della vita (così affermava Leonard Cohen) e se la vita arde, allora la poesia è la cenere. Io spero solamente di aver provocato qualche emozione per quei pochi che mi leggeranno, perchè dopo tanto fuoco, non può che rimanere tanta cenere.
PROVISIONAL MOTEL (Motel provvisorio)
Piove
e pioverà ancora per tanto tempo
e non sapremo se il mondo
sarà uguale o diverso
quando l’ ora del sole
ci dirà di un battito d’ ali
verso occidente
rifugiati nell’ arca
di questi nostri momenti
Piove
e pioverà ancora per tanto tempo
e non vedremo se gli alberi
si muovono e lottano
contro l’ apocalisse
o per dare un senso di musica
ai movimenti sepolti
sotto a queste
pesanti coltri di lana
Piove
e pioverà ancora per tanto tempo
e non capiremo
se gli ultimi suoni
saranno persone
in cerca di un altro silenzio
o l’ eco dei nostri respiri
per guardarci ogni volta e ripetere
frasi d’ amore
E non sentiremo
il richiamo degli scampati
la fretta improvvisa
che indossa magliette a rovescio
e calzini sbagliati
il fracasso che uccide il mattino
che ingoia di corsa
toast e spemute latte e crostate
pulizie di fino
L’ inutile affanno di vedersi partire
senza un bagaglio di quiete
Crescere sotto a un diluvio
senza sapere dov’è l’ uragano
o il battesimo avuto
nel volere un istante di tregua
un vestito più asciutto
un calore che insegue la vita
un riparo
dove potersi parlare
per guardarci ogni volta e ripetere
Piove
e pioverà ancora per tanto tempo
Antonio Bì
poesia e foto pubblicata nel libro “Esilio di sicurezza” (Lampidistampa editore) di Stanardi, Isola & Bianchetti
Questo blog era nato per interagire con la musica e la letteratura anche in maniera ironica, davanti al bancone di un bar ben fornito, dove il barman inventava e parlava con il suo estro per variegare l’ arte. Lo so. Ma il tempo di oggi ha bisogno di una pausa di riflessione per, come si dice, esorcizzare; parola abusata. Lo so. Lasciatemi quindi dialogare con le parole che mi vengono per far scorrere tanta acqua dentro al lavandino. All’ alcol penseremo dopo.
Vi regalo così una poesia vecchia, intrisa di quella retorica immaginifica che dolcifica lo spazio dell’ immamoramento. E una nuova, asciutta come la sabbia di un deserto senza fine, piena di miraggi. Piena di un’ altra retorica che, forse… serve solo a me, o a chi mi vuole bene. Per questo la dedico agli amici…
Ieri la Gabry avrebbe compiuto 52 anni, ma in quel giorno non ho voluto scrivere niente, per vivere, quel giorno, insieme a Lei.
LASCIATI PRENDERE DALLE MIE BRACCIA
(11-o9-1993)
Lasciati prendere dalle mie braccia
e abbandono il tuo corpo
sulla mano
che per anni sarà ugualmente dono
E’ troppo facile dirti
che il mio sforzo
è come il miracolo del sole
e che dopo una lunga giornata
mai
la fatica del tramonto
potrà dimenticare tutta questa luce
Lasciati prendere dalle mie braccia
e abbandona il tuo sogno
dove il mio ha mani tese
per essere universo
Dopo una lunga notte d’ amore
ci sarà l’ alba con la sua pazienza
a ricordarci ancora
che nell’ aria saremo sempre noi
gli inconsapevoli protagonisti
di un equilibrio nato
come è nato il mondo.
Antonio Bì
ABBRACCIARE L’ ARIA
(05-05-2012)
Eppure ti ho sentita
Forse una breve luce
che non era il giorno
oppure la notte
che non era un sogno
Forse
Le tue foto sono dappertutto e
probabilmente
anche solo il riflesso di un vestito
provoca un movimento
Forse
Eppure quel portaritratti
che ci vede insieme
si è girato verso il sole
e non sono stato io
Il tempo è un luogo
dove la felicità
è un regalo breve della memoria
per questo ho fermato tutti gli orologi
Eppure qualcosa si è spostato
Forse l’ ho fatto io
e ho voglia di piangere da solo
Forse l’ hai fatto tu
e ho voglia di abbracciare l’ aria
Antonio Bì
E’ tutto al suo posto
le scarpe i vestiti la borsetta
il tavolo dei trucchi
nulla è cambiato
Aspetto sempre
che entri qualcuno
qualcosa
per capire se l’ aria è una persona
o una serie di parole buie
per sapere se il vento
esiste ancora
o è soltanto un sinonimo di gioia
Quando apro la finestra
vedo muoversi le foglie
ma sono tante le persone
insoddisfatte
Io non tocco niente
lascio che sia l’ aria a ritornare
lascio che sia il vento
a stendersi
a ritrovarsi
dove tutto è a posto
dove nulla è cambiato
Antonio Bì
Le voci che non ritornano
Anche il giorno è finito
e il sole non ha riscaldato
queste stanze che si muovono incerte
sotto le nubi
Eppure ci piaceva la pioggia
la libertà vissuta come un gioco
quell’ improvvisa luce
dopo il temporale
Sarebbe troppo facile
parlare di arcobaleni
o di orizzonti verdi
quando ti guardavo
Ma il colore dei tuoi occhi ora
non corrisponde
alla tinta di queste pareti
Le porte sono sempre aperte
le voci entrano ed escono
spaventate dal silenzio
Entrano ed escono
e non ritornano
Antonio Bì
foto di Antonio Bianchetti
Commenti recenti