INSONNIA
Il libro più letto è il soffitto,
di crepe sottili
e piccole ragnatele,
studio le pareti colorate
da fiori giganti,
mobili rivisti, riletti,
vivi da lumi mistici.
Il filtro delle persiane
mi porta il giorno,
la natura vive le prime ore,
ritorna al campo.
Sbadatamente
schiaccio un fiore bello,
è già morto,
anche le formiche
fanno la stessa fine
e aspetto un piede gigante
che mi finisca.
Lavoro duro,
sono stanco, mi spremo,
questa notte voglio dormire.
“Insonnia” di Matteo Baldrighi – olio su tela – 215 x 130
LABIRINTO
Si comincia sempre
con un filo d’erba
(la vittima è una lucertola):
il cappio rimane per tutta la vita.
Allo sguardo di un sole di primavera
una coda ferita da un sasso
parlava ancora.
Essere in una cassa con scritto “fragile”,
poter togliere gli arti indolenziti
– non ho nient’altro addosso –
E’ il tacco che ti schiaccia.
Nascere invertebrato
(testa e coda dal sangue freddo)
Riposare su una lastra di sasso
(pelle colorata)
Il piede ti aspetta.
L’incubo rimane.
Mi picchiano, mi difendo,
picchiano ancora
(la coda è l’ultima a morire)
Siamo sempre rettili.
Giuliano Beretta
da: “Le mosche del mio tempo non avevano fantasia”
Quaderno dell’Acàrya n° 23
per un approfondimento su Giuliano Beretta
http://www.intonazioniconseguenti.wordpress.com/2012/09/02/1273/
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E’ battere e levare
il respiro del mondo
con il sole a tramontare
e la pioggia nelle scarpe
con le mani chiuse nel passato
e le mani aperte sul presente
E’ battere e levare
il respiro delle stagioni
e il loro eterno mutare
con quattro rose che sfioriscono
e quattro rose che sbocciano
come i quattro evangelisti
E’ battere e levare
il respiro delle persone
quando posso ascoltare
con l’orecchio appoggiato
sul pavimento del mondo
con gli occhi chiusi
e gli occhi aperti
il loro cuore
sempre e per sempre
in battere e levare
Raffaele Rigamonti
(da “L’ultima volta che ho visto un cavallo era nell’ascensore”)
Quaderno dell’Acàrya n° 40
Di questo gruppo di Batilmora possedevo soltanto il loro secondo lavoro: “Rites Of Uncovering”, perché ad un certo punto mi sembrarono ripetitivi nel proseguire quella loro miscela un po’ folk e un po’ stoner, davvero strana e dal fascino ipnotico. Però la bellezza della copertina di questo ultimo album: “Coming Out Of The Fog”, mi ha schiodato dai dubbi convincendomi ad acquistarlo, e in fondo non ho fatto male… anzi. La critica lo ha già definito uno dei probabili migliori album del 2013, forse esagerando, anche perché la mancanza di capolavori spesso incide parecchio sulle decisioni degli utenti; ecco perché a volte un po’ frettolosamente si vuole fare delle classifiche in anticipo. In fondo, questi ragazzi continuano senza sosta nella loro cifra stilistica, cercando di proseguire il guado fra passato e futuro come se il presente fosse un enorme lago stagnante, e su di esso, il loro vagare diventa estasi di un abbandono sognante e melanconico, dove insicurezza e paura convivono perennemente di fronte alle vastità del creato. Ed è proprio su questa situazione predominante che l’ignoto ha sull’uomo che si dipanano i suoni e i testi delle loro canzoni: melodie lente e trascinate nei luoghi dove non esiste la fretta, ma un tempo infinito dove perdersi e sparire.
UN GIOCO IN MEZZO
Un varco di gloria,
uno di sconfitta
e il gioco in mezzo.
L’arena è episodio
del numero che corre
parallelo agli anni
con l’Arbitro alle spalle.
Astratte e apatiche
le comparse
giudici e giustiziere.
Cerca la rete per esistere
driblando il contrasto
che fa più profonde
le sue impronte sull’erba.
E a sera
fiacche le gambe
e il pensiero
spento l’abbaglio
vuota la recinzione
vissuta senza prove
guarda dai bordi
gli spalti vuoti.
La folla anche stavolta
ha già scelto Barabba.
Mary Krishna – “Chelsea Football”
MI CHIAMO ROBINSON
Questo mare da leggere,
che mi corre incontro
con le sue storie,
non mi porta il ritorno
della vela randagia
delle mie stagioni.
Mi veste d’isola nuova
ove sono sabbia,
foglia,
roccia
e lambito confine.
A volte,
mi chiamo Robinson.
Adriana Gervasini
(da “Le ore e la pausa” – Quaderno dell’Acàrya n° 11)
Un altro álbum costruito intorno a un jazz molto fruibile, è questo live di Enrico Rava registrato al Parco della Musica di Roma, dove praticamente reinterpreta le canzoni di Michael Jackson che diventano dei veri e propri standard. Rava è sicuramente uno dei jazzisti italiani più conosciuti all’estero e da moltissimi anni sforna dei bellissimi lavori; per questo motivo mi sono sorpreso quando ho sentito che riadattava i famosissimi pezzi del Ré del Pop, facendosi criticare da una certa stampa specialistica e dagli estimatori di una musica di ricerca, i quali vorrebbero che gli artisti affermati non escano dai territori intrapresi dopo esperimenti votati verso un’avanguardia importante. Io però, penso che un individuo debba ogni tanto divertirsi per provare quei piaceri che esaltino le sue doti interpretative, e come tali, debbano reintegrargli lo spirito con un tour dall’alto tasso di allegria. E’ vero, è un album molto piacione e godevole da qualsiasi parte lo si ascolti, ma proprio per questo non va condannato, anzi, va esaltato per la sua carica di elettricità contagiosa che ti trasmette.
Gli arrangiamenti sono del trombonista Mauro Ottolini, e praticamente si accostano ad una concezione musicale da Big Band, fresca ed esuberante. Fondamentalmente, considerando che questa operazione poteva essere piena di insidie, a mio avviso si è risolta benissimo, entrando all’interno di una dimensione concertistica dove sono sapientemente miscelati funky & soul, intorno all’improvvisazione jazzistica. Alla fine vince la melodia, ma il fine era questo: sostituire a livello polifonico le danze di un personaggio eccentrico quanto discusso (e mi vengono in mente le parole che a suo tempo Frank Zappa disse in riguardo a Michael Jackson: “…è talmente strambo da far apparire normale perfino me. Passerà certamente alla storia, non tanto per la sua musica o per il suo esibizionismo pacchiano, ma perché sono biodegradabili i chili di plastica che si è iniettato addosso…”). E il punto è proprio questo, riuscire a dare spessore ad una musica ingrassata di plastica, riempiendola di sola classe, amplificata con il giusto rispetto e portata sui palcoscenici nella sua essenza orecchiabile, ma nello stesso tempo classicamente pregevole, per la professionalità di come ci viene proposta.
Purtroppo per una indisposizione del relatore, la serata sul poeta australiano Les Murray che si doveva tenere ieri sera al Gruppo Letterario Acàrya di Como, è stata rinviata e verrà recuperata nel prossimo programma primavera-estate 2013 – per informazioni:
http://www.acarya.it
http://www.facebook.com/Acarya.Como
Yvette Mattem – “From One the Many” –
installatione per il Transmediale 2010 di Berlino
***
UN ARCOBALENO PERFETTAMENTE NORMALE
La voce circola da Repins,
se ne sussurra da Lorenzinis,
al Tattersalls alzano gli occhi da paginate di numeri,
i lavagnisti della Borsa dimenticano il gesso che hanno in mano
e c’è chi lascia il Club Greco con le tasche piene di pane:
un tizio sta piangendo a Martin Place. Non cè verso di farlo smettere.
In George Street il traffico è bloccato per un chilometro o quasi,
paralizzato. La folla discute nervosa e altra ne sta arrivando.
Tanti accorrono per strade secondarie additando:
c’è un tizio laggiù che piange. Non si riesce a farlo smettere.
Continua a leggere “LES MURRAY – Un arcobaleno perfettamente normale”
Questo ensemble tedesco nato nel 2002 è stato erroneamente associato a un Nu-jazz con variegature da lounge-bar per troppo tempo, in realtà non è sempre detto che l’eventuale fruibilità di un certo tipo di musica, si debba per forza tradurre nelle etichette facili della sua commercializzazione. All’interno di questi autentici professionisti esiste una smisurata voglia di suonare dentro i molteplici stili che la compongono, sia che entrino nei territori del bop o del cool, del soul o della bossanova. Di conseguenza, per chi ama un certo tipo di jazz suonato divinamente e cantato ancora meglio, questo live del 2010 è un album da non perdere. Godevolissimo, coinvolgente, a tratti sensuale e a tratti spettacolare, ricchissimo d’entusiasmo, che alterna pezzi sudati a canzoni senza tempo. Le due voci che si elevano a protagoniste: Anna Luca, bianca, e Brenda Boykin, nera, rappresentano la sintesi della musica nella sua totalità e se vogliamo, anche nella sua storia, perché se le tradizione dell’espressività europea la si può riassumere nella melodia, e invece quella americana di colore nell’incedere focoso del ritmo, allora in queste quasi due ore di performance ci troviamo tutta la sua essenza. Continua a leggere “CLUB DES BELUGAS – Live”
+ 05) On the Rock – letteratura necessaria (libri per vivere e morire), 10) Daiquiri – per chi suona la campana (protagonisti del presente)
“VERBALIA” di Maria Grazia Duval
UNA OPZIONE
Non è sicuro neppure il virtuale
dove cercare ciò che di sé,
se pur non è, potrebbe consolare.
Nel pertugio dei sogni balugina
lo stuolo dei fantasmi, l’informe
torma che t’ingloba e chiama.
Torni alla porta aperta della veglia –
reale senza “clic” per cancellare –
come l’esile bastone di parole,
che fole e fantasie reggano ancora
che in mezzo ai cocci prendano dimora
semi e steli di un’altra visuale
L’INVERNO PER SEMPRE
E dunque cosa cercare, se tace
perfino l’ombra del golfo mistico
e dalla buca del suggeritore
nemmeno lei, l’amica senza volto,
soccorre un po’ questa perduta lingua
e il legno della scena oggi deserto
dei tarli è regno in ultimo concerto.
“L’inverno è per sempre” dice e non dice
la civetta di plastica che pende
dallo spoglio dei rami e non spaventa
né passeri né tordi infreddoliti
che muti e sordi cadono per via.
Non c’è verso
che il giorno non passi attraverso di te
non c’è verso
che dica com’era ed oggi com’è –
non c’è verso che un verso
dia pace a chi resta, luce al disperso.
ECO
Di che mi senti
sotto la coltre di rose e orchidee
di che lo sai oggi più che mai
che la mia voce penetra la pietra
che non arretra il canto che ti chiama
anche se sono l’eco soltanto
del tuo vivermi accanto.
Maria Grazia Duval
da “Verbalia” (Edizioni Helicon)
“…Per capire fin dall’inizio l’artificio geniale e particolare, bisogna che il lettore si affidi a ciò che gli suggerisce l’autrice proprio nel testo eponimo e indicativo di “Verbalia”, ossia parole, solo parole vane, purtroppo, contro il destino! Si tratta, si di “parole di dubbio senso e valore”, secondo lei, in un discorso spesso difficile nel significato e inciso in mille modi variati nel significante, per “metà sogno” e per “metà… irrisione”; ma queste parole, o meglio questo gioco di parole, “inseguite nella corsa buia d’un notturno gioco solitario”, eseguono magnificamente un incastro tra loro e raggiungono una chiarezza di senso profondo nella folla di domande che quel gioco si pone di fronte alla morte…”
(dalla prefazione di Neuro Bonifazi)
Lo so! La prima domanda che vi gira per la testa è: “…ma che nome ha questa band ?…” Insomma, è anche vero che i due fratelli che la compongono insieme a Tom Blancarte al basso, si chiamano appunto Seabrook, e per la precisione: Brandon Seabrook al banjo e Jared Seabrook alla batteria. Ma in realtà il riferimento maggiore è relativo alla famosa Centrale Nucleare di Seabrook nel New Hampshire a nord di Boston e a sud di Portsmoouth; nota alle cronache per l’acerrima opposizione della popolazione locale e per le battaglie degli ambientalisti. Un territorio statunitense questo molto nuclearizzato in cui il regista Manoj Shyamalan ha ambientato il film “E venne il giorno”, dove appunto la natura si ribella all’uomo rilasciando una tossina che innesca un irrefrenabile istinto al suicidio. A questo punto la disquisizione delle metafore si spreca, perché oltre al riferimento omonimo e oltre a un testo che letteralmente si traduce in Centrale Elettrica Seabrook, in senso traslato si potrebbe riscrivere in: “Motopropulsore Seabrook”, sempre con la doppia valenza significativa.
Continua a leggere “SEABROOK POWER PLANT – “1 e 2””
“I’m The One” è un disco leggendario pubblicato nel 1972 e recentemente ristampato dalla stessa autrice: Annette Peacock, figura di culto per tutta l’avanguardia e la controcultura americana, avendo attraversato in maniera originalissima tutti i percorsi che, dal free-jazz alla fusion, dal funky-soul all’art-rock, sperimentavano le forme dell’improvvisazione contaminando la voce e l’esecuzione strumentale delle performance. Nata nel ’41 a Brooklyn e cresciuta in California, ha iniziato ancora adolescente ad apprendere l’utilizzo del pianoforte. A soli 19 anni si sposa con il contrabbassista Gary Peacock e inizia giovanissima a frequentare i circoli culturali nella New Thing e delle nuove forme musicali dell’avanguardia newyorckese, conoscendo e partecipando alle session di Albert Ayler e Paul Bley (che successivamente diverrà il suo secondo marito). Fu proprio per merito di Bley che gli venne presentato Robert Moog: il pioniere della sintetizzazione modulare, infatti, fu proprio Annette ha filtrare la voce attraverso gli strumenti elettronici e ha capire le potenzialità di tale tecnica, spesso e malamente usata da altri in maniera kitsch. Lei è sempre stata alla ricerca di nuove espressioni cercando di non farsi contaminare dal mondo del business e I’m The One ne è la splendida testimonianza. Continua a leggere “ANNETTE PEACOCK – I’m The One”
ANGELI NOTTURNI
Vi sono ancora notti
di continui dormiveglia.
Nella mente insonne
ritrovo quella stanza
dove dividevo con te
il pane strappato alla vita.
Rivedo la tua pelle
svelata dall’alba
e i tuoi occhi
perder calore, luce
fra le stelle che sparivano.
Fuori, la strada ci riconduceva
al nostro posto nel mondo
mentre la tua voce
smarriva l’armonia, l’intensità.
Le nostre ali d’Angeli notturni
lasciavano piume lungo le vie.
Avevano il passo degli amanti
confusi tra Paradiso e Inferno.
Luigi Besana
DOPO MEZZANOTTE
Mezzanotte è passata
il chiarore della luna invade la stanza
ombre corrono sui muri delle case.
Nell’anima tutto muta
e come una visione
ho voglia di lasciare tutto alle spalle
scivolando lungo i muri.
Ma il cielo appare assorto, remoto
come se la fine del mondo fosse già avvenuta.
E sono così stanco, così dolente.
Avrò bisogno dell’Eternità per riposarmi.
Avrò bisogno dell’Eternità per dimenticarmi.
Ora chi appartiene alla schiera felice
di coloro che possono dormire, ora dorme.
Io, ho arrotolato il mio giorno
nascondendo il sole che non ho guardato.
Luigi Besana
da “Il Grumo”
(Quaderni dell’Acàrya – n° 36)
foto di Pino De Pera – dallo spettacolo teatrale
“La notte poco prima della foresta”
con Claudio Santamaria
Colette e Hannah Thurlow sono due sorelle inglesi che solitamente, da bambine, trascorrevano le vacanze a Doolin Point in Irlanda. Inevitabilmente, quei paesaggi mozzafiato, quelle scogliere selvagge e fascinose al tempo stesso devono essere rimaste nella loro memoria fino a quando, una volta cresciute e intrapresa la nuova avventura musicale, le hanno ricreate intorno al sound delle loro chitarre, delle loro atmosfere curiose e intriganti, dei loro testi tetri e narcotici. Definito dalla critica soft-dark, il loro stile si inserisce a pieno diritto nelle sfumature del pop britannico e tutto sommato il loro esordio discografico lascia ben sperare per un prossimo futuro, anche se questo disco è già maturo di suo, anche fin troppo: mi spiego (!) Le esigenze di un mercato in continua mutazione, costringe gli artisti giovani a modificare certe loro idee rendendole più fruibili, più malleabili, più adattabili ai gusti generalizzati. Ne consegue che alcuni intenti innovativi o sperimentali, sono sostituiti dal produttore di turno a scambio di un contratto sicuro in questi tempi magri: un dare-avere con il conseguente esito di un ibrido che, con un po’ più di coraggio, probabilmente, poteva diventare un piccolo capolavoro. Continua a leggere “2:54 – Colette e Hannah Thurlow”
Lo so, questa non è la copertina di “Catholic Boy”, (è quella di “Dry Dreams”) però la preferisco ed è lo stesso un grande disco. Il testo di “Ragazzo cattolico” lo dedico a Stan, visto il suo ultimo intervento…
D’altronde, un poeta come Jim Carroll prestato alla musica, è sempre il massimo per chi apprezza queste due arti come se fossero una cosa sola.
CATHOLIC BOY
Sono nato in una pozzanghera; loro hanno fatto
restare mia madre in piedi.
Ho sputato sul medico e sulla sua mano tremante
quando ho sentito la luce ero peggio che incazzato.
Ho rubato il bisturi al dottore e ho tagliato la corda.
Ero un ragazzo cattolico, redento col dolore e non
con la gioia.
Ero un settimino; mi hanno messo sotto vetro,
ho urlato e terrorizzato i loro bambini
quando le infermiere passavano…
Sono stato arrestato per furto.
Quando sono uscito dal ventre di mia madre,
mi hanno lasciata aperta soltanto la strada
da lì alla tomba.
Mi hanno affamato per settimane, pensando d’insegnarmi
la paura.
Mi sono nutrito dei sogni dei miei compagni di cella e
questo mi ha dato delle idee brillanti.
Quando mi hanno lasciato libero, quei tempi mi sono
tornati utili.
Mi ero fatto alleati in paradiso
e compagni all’inferno.
Ho danzato con gli angeli
e sono caduto ai loro piedi.
Quando entro in una chiesa
i piedi di una statua sanguinano…
Posso prevedere il destino
dei miei nemici,
proprio come fece Cristo nel giardino di
Gethsemani…
Ho avuto modo di vedere i salmi più dolci rubati
da un coro.
Ho sognato ossa di martiri appese a un filo,
ho fatto la mia parte, sono stato assolto.
Ho deciso di purificare la mia anima,
non mi possono più toccare adesso, ho tutti i
sacramenti dietro di me:
il battesimo, la comunione,
la confessione, la cresima
e l’estrema unzione!
Perché sono un ragazzo cattolico…
il sangue scorre rosso, il sangue è caldo
e adesso che sono un cattolico cresciuto
lascio andare la mia lingua
ogni volta che posso.
Jim Carroll
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RECIPROCITÀ
Ci sono cataloghi di cataloghi.
Poesie sulle poesie.
Drammi su attori recitati da attori.
Lettera a causa di altre lettere.
Parole per spiegare le parole.
Cervelli intenti a studiare il cervello.
Tristezze contagiose come una risata.
Carte che provengono dal macero di carte.
Sguardi veduti.
Casi declinati secondo i casi.
Fiumi grandi con serio contributo di piccoli.
Boschi ricoperti di bosco fino al ciglio.
Macchine adibite a fabbricare macchine.
Sogni che all’improvviso ci destano dai sogni.
Salute necessaria per tornare in salute.
Tanti scalini a scendere quanti sono a salire.
Occhiali per cercare gli occhiali.
Respiro che inspira ed espira.
E almeno una volta ogni tanto
ci sia l’odio dell’odio.
Perché alla fin fine
c’è l’ignoranza dell’ignoranza
e mani reclutate per lavarsene le mani.
Wislawa Szymborska
da “Basta Così” (Adelphi edizioni)
Bill Viola: “Ablutions” (2005 – photo Kira Perov)
+ 01) Canned Heat – musica tossica (rock e dintorni), 02) Green Spritz – l’eterna giovinezza (gli album migliori dell’anno)
Best album 2012 – I migliori dischi del 2012 per l’ Intonation Cocktail Club 432
Come tutti gli anni anch’io mi diverto ha stilare la Playlist dei migliori album che ho ascoltato nel 2012 e, contrariamente al 2011 (dove ho inserito molto jazz, perché sul fronte del rock c’era stata veramente poca roba buona), questo è stato un anno notevole, a tal punto che ho dovuto lasciare fuori dalle scelte il jazz per non riempire troppo il carnet. Questa nuova classifica, di conseguenza, è basata tutta intorno al rock e le sue varie contaminazioni… Chiaramente questo è un post lungo e impegnativo per un eventuale lettore, ho cercato quindi di essere il più sintetico possibile, inserendo anche la parte video per un immediato riscontro. E’ ovvio che un disco va ascoltato nella sua interezza e con il tempo necessario per apprezzarlo pienamente. Scegliete quello più consono ai vostri gusti e alle vostre esigenze, e sappiatemi dire se vi ho dato il consiglio giusto, o meglio ancora, se lo avete già acquistato e apprezzato… Buon ascolto e buona lettura! Continua a leggere “Best album 2012 – I migliori dischi del 2012 per l’ Intonation Cocktail Club 432”
Volevo postare la Preghiera in gennaio di De Andrè ma l’ho ritenuta troppo triste, allora vi lascio i video di due bravissimi cantautori italiani: Luci della centrale elettrica (alias Vasco Brondi) che, con la sua poesia visionaria e terribilmente reale, ormai non ha più bisogno di presentazioni; e Iosonouncane (alias Jacopo Incani) un cantautore romano straordinario. Due opinioni a confronto e due storie quotidiane di questo nuovo presente, in questo nuovo anno che ci aspetta… (aspetta?)
1 Gennaio
I Magi scorderanno il tuo indirizzo.
Non ci saranno stelle sul tuo capo.
L’urlo rauco del vento solamente
tu sentirai, come in passato. L’ombra
dalle tue spalle stanche toglierai,
smorzando il lume, prima di dormire,
visto che il calendario ci promette
più giorni che candele.
Malinconia? Malinconia, può darsi.
Un ritornello mandato a memoria
che si ripete. E sia, che si ripeta,
e suoni anche nell’ora della morte,
segno di gratitudine
delle labbra e degli occhi a quell’impulso
che a volte ci costringe
a guardare lontano.
Senza parlare, lo sguardo al soffitto,
perché la calza è vuota,
capirai che con la grettezza paghi
il fatto d’esser troppo vecchio. E’ tardi
per credere ai miracoli.
E sentirai, guardando il cielo, a un tratto,
che il regalo sei tu.
Josif Brodskij (1965)
da “Fermata nel deserto” (Mondadori)
foto di Mauro Fioravanti
Questa poesia di Bukowski è famosissima e probabilmente è già stata postata da altri ma, mi è sempre piaciuta, e sarà così per sempre. Per rifarmi però vi regalo anche delle altre liriche, forse meno note, di un poeta portoricano che ritengo bravissimo: Pedro Pietri, come se fossero un seguito ideale di una folle notte o di una notte uguale a tante altre… auguri!
FOGLIE DI PALMA
” Esattamente alla mezzanotte /1973-74 / Los Angeles / cominciò a piovere sulle / foglie di palma davanti alla mia finestra / clacson e mortaretti / strepitarono / e s’udì un tuono. // Ero andato a letto alle 9 / spensi la luce / tirai via le coperte / la loro gaiezza, la loro felicità / i loro strilli, i loro tappeti di carta / le loro automobili, le loro donne / i loro ubriaconi dilettanti… // L’ultimo giorno dell’anno mi terrorizza / sempre // La vita non sa nulla, degli anni. // Ora i clacson hanno smesso di suonare / e i mortaretti e il tuono… / tutto finito in cinque minuti… / Tutto quello che sento è la pioggia sulle foglie di palma / e penso: / non capirò mai gli uomini / ma sono ancora vivo. ” (Charles Bukowski)
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da Out Of Order (fuori servizio) di Pedro Pietri (Edizioni CUEC)
Cabina telefonica n° 695
Seduto in un bar disonesto / gli sgabelli cominciano a mentirmi / la musica senza senso non dice il vero / su quanto sono vecchi quei crackers con formaggio / sul bancone del bar il barista è / il più grosso contaballe / di tutti quei clienti / inesistenti qui stasera / Cerca di convincermi / che è lui e non io a / inventarsi tutto ciò!
Cabina telefonica n° 390
Il mattino comincia con il brillio / di espressioni silenziose / sulle labbra illuminate a metà / di una dolce brezza serena / fuori dalla finestra in attesa / che giunga il sole / e intervenga sui sogni / che la notte scorsa ha fatto su di noi / & lentamente apra i nostri occhi / perché osservino i sussurri / che introducono nuovi pensieri / in quell’isola mentale / della nostra scoperta quotidiana / di sospensione e sopravvivenza / in una terra promessa di sempre e / più intense speranze di vivere / per sempre / finché non spireremo / nell’eterna eccellenza / in un magnifico istante” (Pedro Pietri)
Quando incontrai per la prima volta David Eugene Edwards leader allora della sua prima band: gli 16 Horsepower, mi venne un tuffo al cuore, perché erano anni che non ascoltavo qualcosa del genere. Era proprio l’anno 2000 e il disco in questione era Secret South: un insieme di violenza, letteratura e musica di un’originalità devastante che mi ferirono in maniera irreparabile, e da allora la cicatrice non si è più rimarginata. Purtroppo questo gruppo finì relegato nel filone dell’alternative country, perché canzoni come Clogger, Cinder Alley e Splinters, se le avessero pubblicate i Rolling Stones o i Led Zeppelin, ora eravamo qui a eleggerle all’immortalità, o perlomeno un certo tipo di stampa, le avrebbe citate nei capisaldi monumentali della storia della musica. Invece, scritte da un gruppo conosciuto soltanto nella cerchia degli appassionati di un certo tipo di rock, si sono perse nel marasma di questi caotici anni. Poi, terminata l’avventura dei 16 Horsepower, David, nato in Colorado da madre indiana d’America e padre Pastore protestante, forma il progetto Wovenhand dove riporta quel misticismo a metà fra tribalismo biblico e spiritualità religiose, nel furore demoniaco della sua musica d’autore, e da allora non si è più fermato. Questo The Laughing Stalk è il suo settimo album, ed è sicuramente uno dei più convincenti dopo capolavori come: “Consider The Birds” e “Ten Stones”, e dopo lavori interlocutori quali: “Mosaic” e ” The Threshingfloor”, perché riesce in maniera trascinante a far convivere la potenza delle sue note con i suoi sermoni da predicatore pazzo. Non è casuale che le origini miste dei suoi genitori si integrano con la sua personalità a cavallo sempre fra due mondi, riuscendo a dare nell’essenzialità nei testi, quella carica poetica e adrenalinica mischiata ad un’ apocalisse sonora che ben si concilia con le sue visioni pescate dalla Bibbia e dalle leggende native. Continua a leggere “WOVENHAND – The Laughing Stalk”
Volevo parlare di questo disco, in realtà uscito nel 2011, perché ho avuto la fortuna di ascoltare dal vivo questo importante musicista, nella splendida cornice del Tremezzo Jazz Festival, che ogni anno si svolge nel mese di agosto sulle sponde del Lago di Como. Un’esibizione straordinaria eseguita per piano solo che ha coinvolto gli spettatori in un atmosfera partecipativa. Gaetano Liguori è uno dei più importanti jazzisti italiani: militante, atipico, barricadero; il libro intitolato “Un pianoforte contro” (Selene edizioni – 2003) ne testimonia l’attività sempre in prima linea dal ’68 in poi: da Cuba al Nicaragua, dall’Asia all’America Latina, sempre in giro per il mondo cercando di fissare sopra le note della sua musica, quelle utopie in cui la sua generazione ha sempre creduto. Noi credevamo (e ci crediamo ancora), è infatti un accorato omaggio alle canzoni che notoriamente gravitavano intorno ai movimenti degli anni ’70 e che giocoforza, ne sono diventate un manifesto, un inno in cui gran parte i giovani di quegli anni si è identificato e che, volendo o non volendo, ne hanno formato una coscienza. Utopie certo, ma con il potere che evoca la musica, si esaltano e ci coinvolgono soprattutto per l’originalità delle trasposizioni. Si perché, eseguire pezzi come Bella ciao! – El pueblo unico janas serà vencido (di Sergio Ortega) – Hasta sempre comandante (di Carlos Puebla) e El quinto regimiento (famoso canto libertario della guerra civile spagnola), come se fossero degli standard legati all’improvvisazione jazzistica, sicuramente non può che far piacere e incuriosire. E’ vero che in questi ultimi anni sono stati molti i jazzisti che si sono cimentati con questa tendenza: dai Doctor 3 a Enrico Rava e, per un amante del rock come me che ogni tanto sconfina nel jazz, tutto questo non può che, sotto certe forme, esaltare… Continua a leggere “GAETANO LIGUORI – Noi credevamo (e ci crediamo ancora)”
PER ABITUDINE
Le candele sono sempre accese
perché l’ho detto tante volte:
voglio vedere muoversi le fiamme…
Mi fanno ridere quelli
che a memoria dipingono l’inferno
e parlano di gloria
intorno al proprio cielo
La paura è non sapere
quanto sarà lunga la successiva notte
La fatica è non capire
dove si trova la precedente aurora
In casa non c’è mai stato vento
e se l’ossigeno è soltanto aria intorno
a questi passi dentro al buio
quale sarà il colore che darò
al mattino
se il sole appartiene sempre agli altri
Voglio vedere muoversi le fiamme…
perché era il tuo modo
di sentirti viva
insieme ai fantasmi che mi presentavi
E non ha senso chiedersi
quanto durerà l’incendio
se nessuno vede il fuoco
dentro a questi personalissimi confini
Lo so
io non ricordo
l’ultima parola che mi avevi detto
l’ultimo bacio lasciato
dietro le porte
aperte sempre al giorno dopo
per abitudine
Fuori piove
e la gente scappa in fretta
dentro a un futuro
imbottito di nuove solitudini
Piove
ma io non ricordo
un Natale così freddo
(antonio bì)
Se invece siete degli inguaribili romantici o dei sognatori o peggio ancora, disperati; allora vi dedico questa splendida esecuzione di Everything I Say del grande, grandissimo Vic Chesnutt.
Ognuno vede Cristo alla sua maniera…
“…Everything that i say / does me this’a way / Everything / every little thing i say / does me this’a way // She wanted to / be an inventor / but nothing new / was all she cloud muster…”
Se volete uscire in strada e dare un calcio alla solita e melliflua atmosfera natalizia, compratevi questo disco dall’alto tasso ritmico senza troppi giri di parole: si balla! Attenzione però… armatevi di iPod e correte nel posto più isolato della vostra città perché, se per caso avete fretta di ascoltarlo e accendete il lettore direttamente in casa, non resisterete, vi troverete sopra il tavolo dove statavate pranzando con i parenti tutti. Si… tutti! Tutti insieme scatenati per dare calci ad arrosti e panettoni, e probabilmente finirà che il vostro vicino: se è sveglio, vi chiederà di partecipare a quella folle festa; se invece è il solito rincoglionito di certo chiamerà la polizia ma… tranquilli, appena arriveranno, prima di arrestarvi vorranno ballare insieme a voi… allora dategli il vino avanzato (perché qualcosa è avanzato vero ?!!), così si sbronzeranno di sicuro.
Pubblicato nel 2009 dalla Strut Records, intitolato In The Christmas Groove, è un insieme di pezzi non famosi o poco noti, b-side e robe del genere messi da parte troppo in fretta dalle case discografiche. Funky, soul e R&B allo stato puro perché, vedete, se una canzone la date in mano a un uomo o donna di colore, al 100 % ve la trasformerà.
Autori del calibro di Jimmi Reed, Funk Machine, J.D. McDonald e altri, sono stati messi insieme intelligentemente per generare questa strepitosa compilation al fulmicotone. E se qualcuno fino ad ora aveva ancora qualche dubbio sul colore del Natale: White Christmas… White Christmas… ebbene, si sbagliava di grosso: Black is Back… questa è la verità! Ve ne accorgerete… e non fate caso ai ripetuti “fuck” che sentirete sparsi lungo i testi declamati ad arte: questo è divertimento puro!
Cosa dite? Di solito ballate all’ultimo dell’anno? E allora, cosa aspettate ad andarlo comperare…
link per i più curiosi:
http://www.allmusic.com/album/in-the-christmas-groove-mw0001379086
Ah… dimenticavo, se per caso avete ancora addosso il vestito di babbo Natale, toglietevelo subito! Perché finireste sudati marci… auguri!
P.S. …e una volta tolto, chi vi ricorda la copertina?
cocktail abbinato: “B 52” – Bomba multistrato (alla fiamma)
L’ ARIA ASSORTA
E’ neve per un poco e pare
che non sia già l’alba
a placare il Natale e le sue bolle
ma pioggia bianca, dito sulle labbra.
Elena arranca nel giardino
allevia come può dei rami la fatica.
Giostre per sciatori le montagne
si rivedono a brani.
Io resto qui dove m’accerchia
un’assenza, l’abbraccio informe
di quanti si staccarono
e sbriciolarti al nostro scalpiccio
fanno le valli chiare e l’aria assorta.
Maria Grazia Duval
AL TEMPO DI NATALE
Al tempo di Natale
fra la gente frenetica
della gaia kermesse colorata
i “senza tredicesima”
camminano e non guardano
le vetrine proibite
(passa un disoccupato
ha una bomba negli occhi).
Persone ben vestite
con gli abiti un po’ vecchi,
lo sguardo malinconico
staccato
dalla viva euforia:
entrano nel torpore
di una pasticceria,
comprano un pacco di biscotti
secchi.
A casa li aspetta
una tazza di latte zuccherato
e vanno in fretta
con un lieve sorriso
verso quel loro paradiso
caldo, centimetrato.
Liana Croci Calza
Quando solitamente io e miei amici parliamo di un gruppo musicale e, per caso, uno di noi non lo conosce, tendiamo a circoscrivere il suo genere citando una rivista specialistica che potrebbe recensirlo, e così facendo ne indentifichiamo lo stile, tipo: “questo è un gruppo da “Rumore”, da “Mucchio Selvaggio” o da “Buscadero”, da “Blow Up” o da “All-About-Jazz”; insomma apriamo subito il campo dei gusti personali e sappiamo se potrebbe piacerci. E’ anche vero che queste riviste fanno articoli e retrospettive di ogni tendenza e latitudine e forse questo ragionamento tende ad essere superficiale ma, con il primo approccio a volte, si azzecca il concetto.
Ho fatto questa introduzione perché parlando degli Heartless Bastards avrei detto: “questo è un gruppo da Buscadero”. In realtà però questo incipit potrebbe a sua volta confondere le idee, perché non sempre i territori bazzicati da un manipolo di appassionati può essere limitativo per altri. Questo è sì un gruppo da Buscadero, ma la sua qualità è tale che entra di diritto negli spazi della musica d’autore. E anche se il repertorio dei nostri è quello di un country-rock che spazia dalla ballata classica americana senza troppi fronzoli fino alle contaminazioni di questo inizio di secolo, l’esito delle loro performance è tale che ci si può infatuare all’istante del prodotto finito: ricco di melodia e passione, sostanza e accanimento, calore e pulizia… di intensità e di poesia. Continua a leggere “HEARTLESS BASTARDS – Arrow”
Questa lunga retrospettiva musicale sui migliori album che ho acquistato nel 2012, era d’obbligo iniziarla con questo Funeral Blues di Mark Lanegan, un titolo metaforico che sostanzialmente rappresenta lo scorrere di quest’anno che, personalmente, sarà difficile da dimenticare. Per altri invece potrà o potrebbe sembrare un titolo banale ma, il contesto scelto è proprio quella vitalità che la musica infonde a livello emozionale, anche per esorcizzare la morte, soprattutto intorno alle tematiche che il blues appunto, storicamente contiene e che di pari passo ha seminato e raccontato in tutto il percorso musicale americano. Metafora dicevo, perché in effetti il blues qui è solamente un idioma sporcato dalla voce roca del leader che, pescando nei suoi contenuti letterari, alla fine entra nei territori di un rock sanguigno e viscerale con la sorpresa dell’utilizzo di molta elettronica. E arriviamo subito al dunque: quando comprai il disco, uscito a febbraio, rimasi colpito dalla bellezza delle melodie ma al tempo stesso un po’ deluso per l’eccessivo lavoro di produzione, quasi a voler rendere il tutto ruffianamente piacione e da classifica, soprattutto per le nuove generazioni. Infatti l’utilizzo dell’elettronica è esagerato e a mio avviso ha impreziosito troppo ogni traccia. Il tempo però, si sa, è galantuomo, e dopo mesi di stagionatura accompagnate dalle esibizioni dal vivo, sicuramente più autentiche, sporche e dirette, ho incominciato ad apprezzare pienamente questo che sicuramente è a mio avviso, uno degli album dell’anno. Bisogna anche precisare che Blues funeral è uscito dopo ben 8 anni dall’ultima incisione firmata Mark Lanegan Band: quello splendido “Bubblegum” che tanto aveva fatto parlare di sé, nel bene e nel male, ma che, come sempre, aveva portato questo artista di culto verso le vette che meritava. Da allora e come sempre, si è disperso in mille collaborazioni ma nello stesso tempo ha anche sperimentato tutte le alternative del suo duttile e volubile talento: dalle Desert Session all’organico dei Queen Of The Stone Age, alle esperienze con l’amico Greg Dulli culminate con i progetti Soulsavers, Twilight Singers e Gutter Twins, fino ai tre dischi incisi con la bellissima Isobel Campbell. Di conseguenza era talmente alta l’aspettativa che i primi giudizi, fortunatamente, si sono poi stemperati nella bellezza estrema di queste ballate senza tempo, storie di fantasmi e amori complicati, tanta polvere nelle strade e negli occhi di ognuno di noi, come questo presente che penetra dentro ai vestiti e ci da fastidio e irrita, continuamente, fino alla ribellione, fino alla rassegnazione: “…se le lacrime fossero liquore / mi sarei ubriacato fino a morire…” perché si può reagire da perdenti o da vincenti ma, l’estasi del fuoriclasse, si percepisce anche nella sconfitta o quando per passione, si declamano e si cantano le vicende di mille uomini, anche dalla camera di un ospedale con vista sul porto, per passare poi dagli spazi ristretti della follia quotidiana agli eccessi infiniti degli orizzonti che non lasciano scampo: smarrirsi e ritrovarsi, per poi tornare a sognare. Continua a leggere “MARK LANEGAN BAND – “Blues Funeral””
+ 04) Mexican Sangrita – Viva Vinile! (capolavori da riscoprire), 05) On the Rock – letteratura necessaria (libri per vivere e morire)
L’ ULTIMO DISCO DEI MOICANI di Maurizio Blatto
Dopo tre post dedicati alla fantascienza e uno all’arte, devo per smisurata passione incominciare a parlare di musica, e degli album usciti quest’anno, che ho acquistato e che mi sono (più o meno) piaciuti. Utilizzo un ponte, per così dire, letterario, parlando di questo libro uscito nel 2011 per i tipi di Castelvecchi, scritto da Maurizio Blatto, uno dei “grandi” partigiani che resistono intorno alle multinazionali o al contrario, nell’epoca dello scaricamento facile, continua a rivendere vinili per la gioia dei collezionisti come me e quelli come me, o se volete, degli appassionati della grande musica riprodotta su supporto , quella che non si è ancora suicidata nell’ appiattimento dell’ MP3
Il libro è un insieme di storie e aneddoti che un commerciante come lui ha raccolto nel corso degli anni, e che testimoniano come in campo musicale esista molta superficialità, soprattutto in Italia, dove i “malati che l’ascoltano degnamente” s’incazzano spesso per come sia trattata, soprattutto quella di qualità o di nicchia, o peggio ancora, per come viene marginalizzata. Vi farete un sacco di risate e così, fra un divertimento a l’altro, potete incominciare ad ascoltarvi il vostro artista preferito e finalmente rilassarvi… sempre sorridendo, magari leggendo di quella persona che entra nel negozio di Maurizio Blatto e dice: “…scusi, ce l’ha l’ultimo disco dei moicani ?!!
Vi lascio anche un video (di Salt & Lemon) dove il nostro protagonista parla della sua creatura, e dove incomincerete a ridere ma, badate bene, alcuni passaggi del monologo (soprattutto nelle immagini), per me, sono come una religione… il gesto perfetto (!)
il Barman del Club
Questa immagine, opera di Cerith Wyn Evans, è il logo di una bellissima mostra intitolata Una finestra sul mondo che in questi mesi si svolge a Lugano, dislocata in due musei: Il Museo d’Arte e il Museo Cantonale, dove il tema principale è “la finestra” e le sue raffigurazioni nel campo artistico dal Rinascimento ai giorni nostri. Una finestra intesa come spazio dove l’artista valica il confine fra finito e infinito, e dove, con le sue visioni, incontra quella parte del mondo che gli sta davanti e che si apre per lui, pronto ha donargli l’ispirazione. Dislocato in due musei dicevo, proprio perché in quello “d’Arte” è collocata la parte più classica, mentre in quello “Cantonale”, la parte più moderna. Tra l’altro se ci andate nella prima domenica di ogni mese, l’entrata è gratuita, altrimenti il biglietto cumulativo è circa 20 franchi ( 16 euro o poco più… di conseguenza conviene).
Per l’occasione c’è anche una bella parte di foto e un montaggio di spezzoni cinematografici (dalla Finestra sul cortile di Hitchock fino alla scena di Daunbailò dove Benigni in carcere disegna una finestra sul muro), dove si evidenziano i suoi vari significati: dal desiderio al sogno, dalla sicurezza alla paura. Insomma, tutti i gusti sono accontentati e ve la consiglio vivamente, perché i curatori e gli organizzatori sono stati molto professionali. Vi lascio il link dell’interessante sito dove potete curiosare tra le immagini e i video:
http://www.finestrasulmondo.ch
Buona gita a Lugano a tutti…
+ 07) Martini Dry – agitato non mescolato (appunti di cinema), 08) Dark Angel – fantascienza oscura (film – serie tv – fumetti)
SOURCE CODE – La fantascienza di Duncan Jones
Duncan Zowie Jones è sicuramente uno dei giovani registi emergenti nel campo della fantascienza di questi ultimi anni. Figlio di David Robert Jones, meglio conosciuto come David Bowie: la famosa rock-star inglese, continua con quello che evidentemente esiste nel DNA di questa famiglia, ovvero, la traccia di un codice alieno.
Ma bando agli scherzi; segnalatosi al grande pubblico con l’interessante Moon del 2009, il suo primo lungometraggio, forse, un po’ claustrofobico, ha messo in evidenza l’originalità dei suoi soggetti sempre a cavallo fra ciò che è reale e ciò che non lo è, narrando la vicenda di un astronauta che vive in solitudine sulla faccia oscura della luna. Il suo compito è quello di seguire le macchine adibite all’importante estrazione di un minerale che ha risolto i problemi energetici del nostro Pianeta. Il problema è che subisce un incidente ma, il giorno dopo, la stessa persona come se niente fosse ricomincia le attività di sempre. Poi però, uscendo sulla superficie lunare ritrova svenuto dentro una macchina-lavoratrice, colui che è stato vittima dell’infortunio e portandolo in infermeria scopre che in realtà è un altro se stesso. Inizia così ad insinuarsi nella testa di uno di loro (perché poi l’altro si riprenderà), il dubbio di chi è, e chi sono veramente loro e soprattutto se ce ne sono degli altri uguali; anche perché il “protagonista” parla continuamente con la propria famiglia a distanza sulla Terra.
I continui dialoghi con il Grande Computer della base lunare sono un accorato omaggio al celeberrimo “2001 Odissea nello spazio” e la trama regge fino, purtroppo, al moralistico finale che a mio avviso poteva essere risolto in maniera più convincente.
Splendido invece il suo secondo film del 2011: Source Code, dove ritornano le tematiche care al “rampollo di famiglia” legate appunto a qual’è la vera dimensione di quello che vediamo ogni giorno, sotto i nostri occhi. Il protagonista interpretato dall’attore Jake Gyllenhaal, si risveglia in un treno pieno di persone ma, dal suo comportamento si capisce che non sa riconoscersi, anche di fronte a quella che dovrebbero essere una sua collega di lavoro, interpretata dalla bellissima Michelle Monaghan. Poi improvvisamente avviene una fortissima esplosione e il nostro si ritrova in una sorta di capsula dove gli viene spiegato, non facilmente, che in realtà è un ufficiale dell’esercito in missione all’interno di un nuovissimo esperimento che manda un individuo indietro nel tempo e nel corpo di un’altra persona, e tramite questa ha solamente otto minuti per scoprire l’identità dell’attentatore. Continua a leggere “SOURCE CODE – La fantascienza di Duncan Jones”
Black Mirror ovvero, lo schermo nero della televisione, è una bellissima serie televisiva a episodi (per il momento tre) autoconclusivi, trasmessa dalla BBC, ideata e diretta da Charlie Brookel, dove vengono rappresentati alcuni possibili futuri distopici in cui, la potenza ipnotica della televisione, è a tutti gli effetti il sistema stesso. Un sistema e un futuro non tanto lontano vista la situazione attuale, soprattutto se “guardiamo” il grande potere che i media hanno in questo squarcio di inizio millennio. La formula è simile a quella che vide il successo agli inizi degli anni ’60 dei mitici Ai confini della realtà (traduzione italiana de “The Twilight Zone”) di Rod Serling e dei moltissimi remake e imitazioni che si susseguirono nel corso dei decenni fino ai bellissimi Masters of Science Fiction del 2008. Continua a leggere “BLACK MIRROR – il futuro prossimo venturo”
Flashforward è una bellissima serie televisiva americana tratta dal romanzo fantascientifico Avanti nel tempo dello scrittore canadese Robert J. Sawyer, e interpretata tra gli altri da Joseph Fiennes e Sonya Walger, insieme ad un notevole cast, tra cui alcuni attori presenti nella famosissima Lost. Infatti, stando alle aspettative degli autori e dei produttori, questa nuova serie avrebbe dovuto sostituire ed avere il successo della sopracitata trasmissione. Purtroppo un calo degli ascolti ha fatto prendere la decisione di interrompere il tutto dopo la prima stagione, anche se erano in programma degli episodi conclusivi, per almeno darle un finale, perché in effetti non c’era. Ho usato la parola purtroppo perché in realtà era veramente una serie notevole a cui mi ero appassionato. Continua a leggere “FLASHFOWARD – Avanti nel tempo”
Il famoso parco di Berlino denominato GroBer Tiergarten, taducibile nel Giardino degli Animali, in senso traslato può divetare “Il Giardino delle Bestie”: azzeccata metafora per uno dei periodi più bui della storia del ‘900, quando un manipolo di psicopatici prese il potere in Germania e trasformò questa nazione in una terra dell’orrore, esportandolo poi in tutta Europa. Edito in Italia da Neri Pozza e scritto dal giornalista Erik Larson come una sorta saggio-cronaca-romanzo, questo libro è sostanzialmente la storia dell’ambasciatore americano William E. Dodd e della sua famiglia, che venne mandato a Berlino dal presidente Franklin D. Roosevelt (il posto era vacante) subito dopo la nomina di Hitler come Cancelliere e le susseguenti voci dei fatti che stavano accadendo contro gli ebrei in quel Paese. La nomina di Dodd avvenne dopo una infinita serie di rifiuti, e la sua scelta, avvenuta per esclusione, fu purtroppo una scelta sbagliata, perché non aveva le caratteristiche, l’esperienza e le doti diplomatiche per una tale carica. Sostanzialmente il suo compito principale era quello di recuperare l’enorme debito economico che la Germania vantava con gli StatiUniti, ma anche di negoziare sulla situazione internazionale di crisi e infine di testimoniare effettivamente su quello che le voci riportavano sul comportamento di Hitler e dei suoi subalterni. In realtà Dodd e la sua famiglia, inizialmente subirono il fascino di una città come Berlino e della sua favolosa vita notturna: i cabaret, i teatri, i sontuosi ricevimenti, l’amore e il sesso che travolsero soprattuto la bellissima figlia dell’ambasciatore: Martha, la quale fu amante di molti gerarchi nazisti, ma anche di oppositori del regime, in una sorta di convulsione erotica e mentale che, dapprima le fece subire una forte infatuazione su quella che chiamò “la rivoluzione nazista” ma poi, con il crescente clima di terrore, le fece rivedere tutte le sue convinzioni. Continua a leggere “” IL GIARDINO DELLE BESTIE” di Erik Larson”
Un altro bel romanzo pubblicato da Sellerio è questo I maestri di tuina del cinese Bi Feiyu: classe 1964, è uno degli autori asiatici più conosciuti a livello internazionale; vincitore di numerosi premi sia in patria che all’estero. In Cina ha avuto un grandissimo successo e il suo romanzo breve “Shanghai Wangshi” ha avuto un’importante trasposizione cinematografica in “La triade di Shanghai” (1995), film candidato all’Oscar del regista Zhang Yimou. E questo I maestri di tuina è considerata la sua opera maggiore.
Il tui-na è un tipico massaggio basato sulla sulla medicina cinese tradizionale, che letteralmente significa “premere e afferrare”, e che solitamente viene eseguito da massaggiatori o massaggiatrici non vedenti, perché ha bisogno di una particolare sensibilità tattile che solamente un cieco può avere e che può tramettere. Un insieme di forza e dolcezza particolari uniti alle capacità sensitive di chi lo esegue, come se chi vive nel mondo senza mai guardarlo, possa penetrare nei nostri pensieri attraverso i confini della nostra pelle e dei nostri muscoli, e da essi percepire le forme dell’esistenza per costruire la propria immaginazione. Un dare-avere che si tramuta in scambio di emozioni fino all’estremo piacere per entrambi dove, la poesia plastica dei gesti e il vigore dell’energia, diventano lo scambio simbolico di due mondi mai così vicini allo corpo e spirito nello stesso momento. Continua a leggere “” I MAESTRI DI TUINA ” di Bi Feiyu”
7 / 11 DRUGSTORE
– Fermi tutti… non si chiude !
qui siamo in pochi
a vivere soltanto di parole
Di notte venderete
cibo per matti
di giorno vasi di viole
Qualcuno comprerà l’idea
che ha sempre avuto in testa
qualcun’altro i suoi valori
dentro a quello che gli resta
dentro al grumo di saliva
ingoiato dalla fogna
La piazza con la gogna
ha riempito le platee
dell’espressione mancata
la spiegazione mai data
l’esilio sopra gli occhi
della cassiera stanca
Col sole acquisteremo
quello che ci manca
dove tutto è sbagliato
scontato come i saldi
della stagione dell’anno
Col buio arriveranno
i topi scesi dagli spalti i ratti
pieni dei loro veleni
in cerca del catalogo dei morti
degli occhi dei surgelati
della tessera a punti
per vincere una frase decente
La notte è lunga
siamo in svendita permanente
– Fermi tutti… non si chiude !
fuori c’è una folla
interminabile
di compratori nuovi
divisi
tra il mito e l’oltraggio
Fuori sono in molti
capaci di mostrare la noia
felici
d’inventare il coraggio
Antonio Bianchetti
– da “Esilio di sicurezza” (Lampidistampa editore)
Martin Suter è uno scrittore svizzero che ha lavorato come sceneggiatore televisivo e come reporter, oltre ad un percorso parallelo in campo pubblicitario. Questo è il suo ultimo lavoro tradotto in italiano da Sellerio: un romanzo che ha ottenuto un enorme successo internazionale, da cui ne verrà tratto anche un film, diretto Ralf Huettner. Il talento del cuoco è la storia di Maravan, un rifugiato Tamil costretto ad emigrare in Svizzera come molti suoi connazionali, per via della guerra che sta sconvolgendo lo Sri Lanka, nella speranza di poter aiutare la sua famiglia. Lui è un cuoco dall’incredibile talento con un’innata passione per le arti culinarie della tradizione ayurveda, di cui conosce tutti i suoi segreti. Costretto però a lavorare come sguattero in un ristorante di lusso, si adatta ad ogni umile lavoro, anche se della sua bravura si accorge Andrée (un’avvenente e disinibita cameriera che attira continuamente gli sguardi degli uomini) infatti, proprio per difendere Maravan dalle angherie del capo chef, decide platealmente davanti a tutti di autoinvitarsi a cena a casa di Lui, che, chiaramente, non si lascia scappare l’occasione. La cena in questione sarà un evento indimenticabile, con tutta una serie di piatti particolari a cui seguirà il finale che potete immaginare. Il problema è che che per tali preparazioni Maravan dovette per così dire, “prendere in prestito” dal ristorante, un evaporatore molto costoso che non possedeva, che gli serviva soprattutto per la distillazione del tanto rinomato curry: elemento indispensabile per le sue pietanze. Scoperto, il giorno dopo viene licenziato e Andrée, prendendo ancora le sue difese, subisce la stessa sorte. C’è però un problema che tormenta i pensieri di Lei: com’è possibile che sia finita a letto con un uomo ? Si perché, scopriremo che in realtà la sua vera natura è lesbica. Allora lo raggiunge a casa e quasi accusandolo di aver messo qualcosa di chimico nei piatti, scoprirà invece le proprietà afrodisiache che per tradizione, gli abitanti di quelle regioni, preparano in occasione di incontri importanti con una donna e che, l’ ayurveda, è una medicina molto antica: millenaria, con otto rami di preparazioni, di cui il vajikaram riguarda proprio questi “stimolatori gustativi”, e che Maravan ha variegato con le sue intuizioni. Essendo ambedue rimasti senza lavoro, fu a questo punto che a lei venne un’idea geniale: quella di iniziare un servizio di catering chiamato “Love Food” con un “Love Menù” capace di stimolare l’appetito di coppie annoiate. E funziona benissimo… Continua a leggere “” IL TALENTO DEL CUOCO ” di Martin Suter”
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