KURSAAL – di Angelo Maugeri

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Amaro come sa
il sapore
un bacio strappato
alla bocca
o la tromba che gioca
con la scimmia mancando
la parola in questo cavo
suono di mezzanotte

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CAR SEAT HEADREST – Twin Fantasy (Face to Face)

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A volte lasciarsi andare fa bene, soprattutto in un’estate magra di uscite e di novità per niente eccezionali. Per questo motivo la ripubblicazione di questo “Twin Fantasy”, che potremmo definire un “remake” o meglio ancora un “remaster”, fortemente voluto da Will Toledo, il quale, con i suoi Car Seat Headrest, lo riporta in auge, con una vera e propria dichiarazione d’intenti definendolo uno dei suoi lavori più amati, scritto e autoprodotto all’età di 19 anni e ora rivisitato a 25 sotto l’etichetta della Matador.
Questo ragazzo è sostanzialmente quello che potremmo definire un genio precoce, e il tempo deciderà se come un novello Rimbaud sarà stato un artista che si è bruciato troppo in fretta, o a tutti gli effetti, potenzialmente, diventerà uno dei rocker di punta della nuova scena americana. Anche se ora questa domanda non ci interessa perché il futuro può aspettare. Il presente rappresenta la spontaneità miscelata dentro a un calderone di suoni, sempre a metà fra la freschezza dell’adolescenza e la consapevolezza dell’età adulta, giusto per riprendere le redini del rock’n’roll e riproporlo alla sua maniera: tutto in una volta, perché il tutto è già stato creato e, rimetterlo insieme, fa parte dei sogni di chi vuole crescere con la musica che ha sempre ascoltato.

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FATOUMATA DIAWARA – Fenfo

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Giusto per rimanere nelle terre africane, e creare il giusto passaggio fra sonorità etniche e ritmi occidentali, un album che ho ascoltato molto quest’estate è l’ultimo lavoro di Fatoumata Diawara, anche se dire “ultimo” è un eufemismo, perché di fatto è il suo secondo lavoro solista. Questa venere nera del Mali sostanzialmente si è diversificata collaborando con innumerevoli artisti internazionali, è anche attrice, musicista, ballerina, attivista e da anni impegnata per mettere in evidenza la condizione femminile del suo pese d’origine, da cui è dovuta fuggire, ma che le ha permesso d’inseguire i suoi sogni, realizzandosi pienamente.

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The Bonnevilles – Cascina Bellaria – Sezzadio (Al) – Live 15/09/18

Andatevi a sentire le derivazioni acide di un rock blues tanto caro alle sonorità della Fat possum, dove la venatura punk della loro spontaneità è una gioia per chi predilige questo tipo di musica. Loro si chiamano “The Bonnevilles” e sono assolutamente d’ascoltare. Un grazie a Massimo che, com il suo “Bamboo Road”, gestisce uno dei più bei blog attualmente in circolazione: schitarrate e letture che puzzano di america con il loro ritmo inarrestabile. Ogni tanto si sconfina (come in questo caso) ma le scenografie easy rider vanno bene per tutte le latitudini…

Avatar di Massimo OrsiBamboo Road

The Bonnevilles

Non parlo quasi mai dei concerti ai quali assisto in quanto reputo quasi inutile scrivere di artisti nella loro versione live quando parli già dei loro dischi, anche perchè in questo ambito abbiamo ormai raggiunto in generale un ottimo livello (non ricordo di aver visto negli ultimi anni un concerto mediocre). In questo caso invece dei loro dischi non ne ho mai parlato (come di molti altri artisti) forse per mancanza di tempo, ma meritano anche se suonano musica di nicchia. Il genere si avvicina a quello che prediligo, ovvero un rock blues rozzo, malsano e di derivazione punk. Il duo, composto da Andrew Mc Gibbon Jr. (chitarra e voce) e Chris Mc Mullan (batteria), ricorda gruppi come The Black Keys e The White Stripes degli esordi ma anche sonorità care ai North Mississippi AllStars, Cedric Burnside (nipote di R.L.) e Lightin’ Malcolm, Left Lane Cruisers, per citarne alcuni e…

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EXT – Piccola retrospettiva di libri letti in ferie

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E’ vero, durante le ferie il tempo per la lettura è particolare, perché dipende sempre dai momenti di quiete, ma io, tra una camminata e una nuotata, nel momento del giusto riposo, cerco sempre un libro, diversificando le proposte: leggere e non, proprio per uno stacco ulteriore da tutto.
Allora vediamo com’è andata quest’anno con una piccola retrospettiva…

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SABA ANGLANA -Ye Katama Hod / The Belly of the City

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Era il 1993, in tempi non sospetti, quando, insieme al Gruppo Letterario Acàrya di Como, organizzammo un ciclo di eventi denominato “LE TRACCE DELL’ARCOBALENO – Le culture che ci vengono incontro”, dove si analizzavano tutti i retroscena artistici derivati dalle masse migratorie che subentravano in paesi altri. Naturalmente partimmo dagli Stati Uniti, nazione madre di tutte gli emigranti, per poi arrivare in Europa e in Italia, sottolineando come, la fusione di culture diverse potesse generare sviluppi sorprendenti, soprattutto legati alle varie espressività creative. La musica in questo caso è sempre un esempio straordinario per evidenziare le ragioni di un melting pot sempre vincente nella miscellanea di stili che esaltano le originalità di un prodotto, e la cantante italo-somala Saba Anglana rappresenta l’incarnazione di queste bellezze e di come, due terre così apparentemente distanti, possano fornire la genesi di un mondo veramente fascinoso.

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UNA LUNGA SERIE DI ECLISSI (2-7)

eclissi più eclissi

Eclissi  n° 2

Sarà anche silenzio
questa eclissi
vista in ogni angolo del mondo
ma la voglia di sentire il tatto
vicino alle parole
(forse inventate)
per la ricreazione
non convincono appieno
questa partecipazione

fingono a scompaiono
appena viene buio

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GYPSY SUN REVIVAL – Journey Outside of Time

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Non so se qualcuno di voi si ricorda le vicende che hanno portato sulle scene i Quicksilver Messenger Service. Il fondatore della band, lo songwriter Dino Valenti, che era sostanzialmente il frontman del gruppo, venne incarcerato prima che pubblicassero il loro primo album, dando così ambia libertà ai due chitarristi: John Cipollina e Gary Duncan, i quali, pur non essendo dei compositori d’eccezione, erano dei performer pazzeschi. Non è casuale che la loro leggenda è conosciuta proprio per l’esecuzione delle jam che li consacrarono come un mito (anche se defilato) dell’epopea psichedelica dei sixties, proprio perché, ritornato nell’organico il sopracitato “malfattore”, imponendo il suo cliché, snaturò quella libertà creativa che i due alfieri delle sei corde avevano così anarchicamente improvvisato, costringendoli nei recinti di un forma canzone per niente adatta al loro modo di suonare, finendo per impoverirli fino a smontare il blasone del loro marchio. Non mi dilungo perché ci sarebbe da parlare ancora più dettagliatamente, ma questo riferimento era necessario perché questi Gypsy Sun Revilval, provenienti dal Texas, sono adatti al paragone descritto per il semplice fatto che il loro cantante, un certo Mario Rodriguez, prende troppo il sopravvento sui suoi comprimari, considerando che la chitarra di Will Weise e il basso di Lee Ryan, sono due cavalli di razza dalla bravura altrettanto pazzesca, e a mio avviso potrebbero incendiare tutte le pianure di questo pezzo degli States, se non avessero le briglie al collo, all’interno di una band dalle potenzialità enormi.

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UNA LUNGA SERIE DI ECLISSI

l'eclissi da camera di Erin Shirreff
“L’eclissi da camera” di Erin Shirreff

Eclisse n° 1  – prologo
(non conosci l’Antologia di Spoon River?)

Forse
tutti quei morti non ti riguardano
erano di un paese straniero
anche se troppo grande
distante
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ALEXEY KONDAKOV – Quale rinascimento?

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Alexey Kondakov è un artista ucraino, precisamente di Donetsk, il quale ha sviluppato un originale collage tra fotografie urbane dei giorni nostri insieme a figure estrapolate da quadri di epoche diverse, facendo entrare in una sorta di cortocircuito l’osservatore, sia occasionale che abituale. La sorpresa è stridente ma, nello stesso tempo divertente, come se la sovrapposizione delle parti generasse una curiosità particolare, portandoci nelle complessità della nostra epoca e inserendo personaggi apparentemente estranei. Il conflitto fra le parti si percepisce immediatamente, eppure, la metamorfosi che avviene fra protagonista e scenario, si completa in una dimensione plastica che assorbe l’eventuale momento fissato nel quotidiano, come se dei personaggi nudi o vestiti in modo grottesco per i nostri giorni, ne facessero parte. E’ chiaro che il retrogusto ironico della scenografia è sostanzialmente il tema principale di un eventuale titolo, perché se il momento si colloca dentro un’idea geniale, quale potranno essere i paragoni di ognuno di noi fra l’archeologia urbana e un nuovo rinascimento?

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ALEXA MEADE – Quando l’opera d’arte si confonde con la realtà (e viceversa)

Scusate, ma dopo giorni di finzioni dei nostri politici, avevo bisogno di una “finzione” autentica, e poi, dopo il “buco nero”, cercavo assolutamente un’abbuffata di colori. Come a dire: questa pittrice americana ci capita a “pennello”.
Alexa Meade
è un’artista statunitense, nata a Washington dove tuttora vive e dove ha iniziato la sua carriera artistica, nonostante la passione per la politica. Sostanzialmente si è fatta conoscere con i suoi quadri animati, o perlomeno, pitture apparenti le quali nascono intervenendo sulla realtà, come se la finzione di un dipinto fosse il retrogusto di un qualcosa di vero, pronto ad muoversi al primo battito di ciglia. Lei infatti altera la visione delle tre dimensioni annullando i confini che separano i due mondi, come se un universo variabile si bloccasse di colpo per diventare uno spazio apparente, forse più espressivo dell’originale perché l’originale è il quadro stesso.

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CAO YUXI – “Oriens” un buco nero dove perdersi e ritrovarsi

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Io non so se in questi giorni l’Italia sta per entrare in un buco nero senza punto di non ritorno; lascio agli specialisti le speculazioni o le divagazioni sul nostro futuro, e come sempre mi affido all’arte, per lasciarmi alle spalle giorni di parole dove si è sentito di tutto. Metaforicamente tutto ritorna e si presta alla perfezione per qualsiasi immaginazione, ecco che l’installazione dell’artista cinese Cao Yuxi proposta al Today Art Museum di Pechino contiene qualcosa di spettacolare. “Oriens” significa “perla orientale” e rappresenta l’immersione totale della nostra percezione sull’inizio e la fine fine e poi ancora l’inizio della vita, proprio per ricordarci che niente di noi ha termine, come se il moto circolare dell’esistenza fosse racchiuso nell’energia che ci circonda, attraverso il ripetersi di quiete e violenza, paura e mistero, bellezza e poesia.

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MASSIMILIANO LAROCCA – Un mistero di sogni avverati

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La passione di Massimiliano Larocca per la poesia di Dino Campana ha una radice antica, nel senso che già al liceo i famosi Canti Orfici avevano colpito questo appassionato di musica popolare, il quale, nel proseguo della sua crescita, quando decise  che la sua professione sarebbe stata proprio la sua voce e la chitarra, non si dimenticò della poesia. Poi col passare del tempo il progetto di musicare queste liriche divenne una specie di desiderio assillante per quanto ricercato, tanto che, mentre altri lavori si susseguivano e altre collaborazioni continuavano a prendere corpo, quest’idea veniva sempre rimandata. Probabilmente, la ricorrenza dei cent’anni dalla loro prima pubblicazione avvenuta tra 1914 e il ’15 (anche se le date non sono certissime per via della riscrittura degli stessi fatta dall’autore dopo che il manoscritto fu perduto da Ardengo Soffici), fece prendere la decisione definitiva, e finalmente il lavoro ha preso corpo, portando a concepimento un gioiellino straordinario.

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BLACK REBEL MOTORCYCLE CLUB – Wrong Creatures

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Quando inaspettatamente ti ritrovi fra le mani un album di una bellezza sconvolgente, la sorpresa è piacevolmente destabilizzante, nel senso che ti assale una gioia interiore così contagiosa, da farti esclamare quanto il rock’n’roll sia veramente una dolce ossessione, o se vogliamo esagerare, l’esplosione dell’amore paragonabile alla forza che genera la vita. Un boato che ti ringiovanisce, ogni volta, come una boccata d’aria dopo una lunghissima apnea, o un sorso d’acqua freschissima nel mezzo della canicola estiva. Non è roba da tutti i giorni ma, quando capita, è sicuramente salutare.
Certo, probabilmente sto esagerando, eppure, in un presente dove l’appiattimento dei valori è diventato la norma, anche un disco al di sopra della media, risulta un prodotto di notevole fattura e come tale, va registrato, col sorriso fra le labbra !

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MA QUALE LAVORO CI ASPETTA ?

Ogni tanto ribloggare fa bene alla memoria…

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Appena terminata la festa del 1° maggio e si ritorna al nostro pane quotidiano: il lavoro. Ora, sulle nostre miserie e sulle nostre nobiltà si potrebbe dire di tutto: su chi lavora per necessità o chi invece ha un’occupazione nata dalle sue passioni e dalle sue potenzialità. Ma la domanda vera è, quale lavoro ci aspetta ? Recentemente al Festival cinematografico di Venezia il regista Terry Gilliam (l’autore di Brazil L’esercito delle 12 scimmie, per intenderci) ha presentato il suo ultimo lavoro: The Zero Theorem, ambientato in un futuro distopico-fantascientifico dove, gli abitanti della Terra, accettano qualsiasi condizione pur di lavorare, incentrando la metafora dell’insieme sopra i significati di amore e caos.

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DAVID BYRNE – American Utopia

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Un tempo la Terra era popolata da giganti, personaggi mitici che da soli scrivevano la storia del mondo e la plasmavano a loro piacimento. Dei e semidei pronti a generare sapienza e creatività da regalare agli umani, quasi a fondersi insieme, creando un ibrido dove, l’arte e la voglia di vivere, erano una sorta di dono millenario simile al fuoco, o alla ruota, o meglio ancora a quell’emozione che avvicinava un mortale alle soglie di un ipotetico paradiso. C’erano anche degli scontri fra titani ma, quest’idee contrapposte generavano a loro volta altra creatività che fecondava infiniti territori inesplorati, come se anche il sangue fosse necessario per concimare un giardino, e non un campo di battaglia. Non so se potremmo chiamarla età dell’oro o kritayuga, o più semplicemente nuovo rinascimento che, periodicamente, ritorna in una sorta di ciclo vitale necessario all’esistenza, ma sta di fatto che questi esseri hanno scritto una mitologia ormai legata ad un’idea d’eternità minima, molto vicina a noi, tanto l’abbiamo vissuta.

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ANNIENTAMENTO di Alex Garland

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Quando seppi della trasposizione cinematografica della trilogia dell’ Area X (Annientamento; Autorità; Accettazione) di Jeff VanderMeer, istintivamente ebbi dei dubbi per come si potessero adattare in un’ora e mezza, le complessità di tre libri così particolari e originali, soprattutto pensando alle difficoltà intrinseche e filosofiche sempre ostiche da tradurre in una realtà fantascientifica. Un conto è la letteratura, un conto è la figurazione sul grande schermo. Però, pensando al talento di Alex Garland, già sceneggiatore di film particolari quali “28 giorni dopo e “Sunshine, e regista dello splendido Ex-Machina: una delle più belle pellicole di science-fiction degli ultimi anni, allora, le speranze erano passate al rialzo, consapevole della sua bravura.

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JOY HARJO – Un delta nella pelle

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Anchorage

Questa città è fatta di pietra, di sangue e di pesce.
Monti Chugatch a est
a ovest balene e foche.
Non è stato sempre così, perché i ghiacciai
che sono fantasmi di alabastro creano oceani, intagliano la terra
e qui plasmano questa città, col suono.
Nuotano a ritroso nel tempo.

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29 GIORNI DI BUIO

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Ne mancava soltanto uno per emulare il film in questione ma, tant’è, rimanere senza internet per così tanti giorni, è stato come inabissarsi nell’oscurità di quel villaggio ai confini del mondo, in cui, l’assenza della luce per tutto quel tempo, aveva fatto uscire dai loro nascondigli, una razza di vampiri assetata come sempre del sangue dei viventi. Che poi sia l’Alaska o la punta estrema della Patagonia non importa, la lotta fra il bene e il male si combatte in ogni latitudine del globo e la rete ormai ha condizionato le vite di tutti noi. D’altro-canto qualcuno ha detto che in realtà i vampiri sono proprio all’interno di questo sistema, o in tutti i sistemi che si creano intorno a noi, quasi ad affermare che l’allerta delle nostre difese, dev’essere innalzato in ogni momento e in qualsiasi situazione del nostro presente.

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ANDREA DE ALBERTI – Dall’interno della specie

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Sapiens

L’antieroe è venuto dal freddo, se ne infischia del
sociale.
Ciò che conta sono deboli tracce di un modello.
L’uomo sapiens avanza, cattura, non nasconde,
uccide animali, un po’ nel pomeriggio pensa di riposare.
L’universo non si espande
in prossimità di una luce rallentata e senza fine.
L’evoluzione della specie è un fallimento amoroso
fra la scimmia e una persona

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HANS MAGNUS ENZENSBERGER – Mausoleum

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Foto di Tatsuo Suzuki

“…Se dunque la vera Terra possiede nell’universo schiere di
sosia, lo stesso vale ovviamente per tutte le sue possibili
varianti.
Ogni attimo reca infatti con sé nuove diramazioni, deviazioni
alternative. Qualunque sia la nostra scelta, noi non
sfuggiamo al nostro fato. Eppure, nel complesso dell’universo
la fatalità non può far leva, perché l’infinito non
esige alternative ed ha posto per ogni cosa…”

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HAROLD PINTER – Le relazioni particolari

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Democrazia

Non c’è via di scampo.
Eccoli lì quei cazzi enormi.
Vanno a fottere tutto ciò che incontrano.
Guardatevi le spalle

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BLACK MIRROR – quarta stagione

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Quando si è fans sfegatati di una serie televisiva come questa, che ritengo una delle più innovative degli ultimi anni, diventa inevitabile parlarne sia in senso critico che in senso immaginifico, proprio per il carico di passione verso una fantascienza intelligente coltivata fin da quando ero un fanciullo: libri e lungometraggi a iosa, per non parlare del genere di telefilm autoconclusivi come questi e di cui ho già parlato nel recensire la prima, la seconda e la terza stagione di Black Mirror.

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IL COSTO DELLA VITA

Dopo la tragedia di ieri a Milano, mi tocca ribloggare per la terza volta un post che scrissi nel settembre del 2013, in occasione dell’uscita del libro di Angelo Ferracuti “Il costo della vita – storia di una tragedia operaia”, perché siamo sempre alle solite: si muore sul lavoro. All’epoca di quella recensione, la tabella dei decessi si fermava al 2011 e mi tocca aggiornarla: 790 nel 2012; 660 nel 2013 (sempre decrescenti, poi l’improvviso rialzo); 1152 nel 2014; 1246 nel 2015; 1018 nel 2016 e 864 a fine novembre 2017 (complice anche la tragedia di Rigopiano). Numeri pazzeschi, ma se andate a leggere quell’articolo vi verranno i brividi, e non mi stancherò mai di ripostarlo, perché non è possibile tutto questo:

Link post del 2013

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Best cover album 2017 – le copertine dei dischi più belle dell’anno

le copertine più belle degli album del 2017

Visto che con il ritorno del vinile anche la confezione di un disco si è ripresa il suo antico splendore, ho selezionato una serie di bellissime copertine, o “covers-album”, come vengono chiamate, per allietare la vostra vista e farvi godere, oltre che con le orecchie, anche con gli occhi, perché il tatto è già contemplato dai collezionisti di questi oggetti preziosi, e gli abbinamenti con olfatto e gusto l’ho già fatto con i cocktail che vi ho servito nel post precedente. Ora fatevi abbagliare e, se volete, potete scegliere la vostra copertina preferita.  Cliccare per credere…….
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Best album 2017 – I migliori dischi del 2017 per l’ Intonation Cocktail Club 432

i migliori album del 2017-2-doc

i migliori dischi live del 2017-immagine

I MIGLIORI ALBUM DEL 2017

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR – Luciferian Towers
THE DREAM SYNDICATE – How Did I Find Myself Here?
ALGIERS – The Underside of Power
ROBERT PLANT – Carry Fire
CHUCK PROPHET – Bobby Fuller Died For Your Sins Out Now
NADINE SHAH – Holiday Destination
LORDE – Melodrama
MELANIE DE BIASIO – Lilies
EMIDIO CLEMENTI / CORRADO NUCCINI – Quattro Quartetti
DA CAPTAIN TRIPS – Adventures in the Upside Down
FLAT WORMS – Flat Worms
LCD SOUNDSYSTEM – American Dream
GROUP DOUEH & CHEVEU – Dakhla Sahara Session
TAMIKREST – Kidal
SAMSARA BLUES EXPERIMENT – One With the Universe
MYTHIC SUNSHIP – Land Between Rivers
ROGER WATERS – Is This the Life We Really Want?
DUKE GARWOOD – Garden of Ashes
LAURA MARLING – Semper Femina
ZIMPEL / ZIOLEK – Zimpel Ziolek

MIGLIORI DISCHI LIVE

GIOBIA – Live Freak Valley
KING CRIMSON – Live in Chicago

MIGLIOR RISTAMPA

GERMAN OAK – Down In The Bunker

MIGLIOR RISTAMPA INEDITA LIVE

JACO PASTORIUS – Truth, Liberty & Soul… Live in NYC

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Anche per il 2017 ho redatto una classifica dei migliori album pubblicati, cercando di raffigurare stili e correnti diversi, nonostante siano sempre i miei gusti personali e i miei ascolti a prendere il sopravvento, ampliando per quest’anno la proposta inserendo i migliori live e la miglior ristampa. Chiaramente, la mia è una classifica trasversale, nel senso che non ho tenuto conto delle proposte della critica ufficiale, o del mercato discografico, perché nonostante ritorni importanti come quello dei The War on Drugs o dei The National si siano inseriti nelle liste annuali, io preferisco proposte meno pop e soprattutto più creative e più alternative, d’altro canto, album sperimentali come quello degli Yowie: “Synchromysticism”, sicuramente eccezionale e interessante, l’ho ritenuto troppo esagerato nella sua evoluzione, perché arrivare alle fine dell’ascolto è stato molto difficoltoso. Sostanzialmente, un disco dev’essere anche un piacere per le orecchie e per l’anima. Non è casuale che il secondo lavoro del britannico King Krule: “The OOZ”, premiato dalle riviste del settore, è stato secondo me sopravvalutato sulla scia del suo bellissimo esordio del 2013, che allora inserii nella mia lista di quell’anno. Ma si sa, i gusti sono sempre diversissimi, e ognuno di noi potrebbe stilare una sua classifica, sindacandola in ogni sua forma. Questa è la mia: tutti sullo stesso piano, senza distinzioni di podio, con gli abbinamenti necessari al mio locale e alla musica diffusa che ascolterete sempre fra queste mura. I miei clienti lo sanno…
Bona lettura e buon ascolto !

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IN THE CHRISTMAS GROOVE

Ogni tanto ribloggare un proprio post è salutare per ricordare che il Natale è sostanzialmente una festa, e come tale va vissuta…
Augurissimi a tutti !!!!! E un brindisi per ognuno di voi !

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in the christmas groove-strut records

Se volete uscire in strada e dare un calcio alla solita e melliflua atmosfera natalizia, compratevi questo disco dall’alto tasso ritmico senza troppi giri di parole: si balla! Attenzione però… armatevi di iPod e correte nel posto più isolato della vostra città perché, se per caso avete fretta di ascoltarlo e accendete il lettore direttamente in casa, non resisterete, vi troverete sopra il tavolo dove statavate pranzando con i parenti tutti. Si… tutti! Tutti insieme scatenati per dare calci  ad arrosti e panettoni, e probabilmente finirà che il vostro vicino: se è sveglio, vi chiederà di partecipare a quella folle festa; se invece è il solito rincoglionito di certo chiamerà la polizia ma… tranquilli, appena arriveranno, prima di arrestarvi vorranno ballare insieme a voi… allora dategli il vino  avanzato (perché qualcosa è avanzato vero ?!!), così si sbronzeranno di sicuro.
Pubblicato nel 2009 dalla Strut Records, intitolato In The Christmas…

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ALBERTO NESSI – Un sabato senza dolore

treno-clelia-mussariFoto di Clelia Mussari

Un sabato mattina

Un sabato mattina quando più tranquille
scorrono le ore davanti a siepi rigenerate
dall’acqua di maggio madre di campanule
la luce esita tra il si e il no, il ristagno e la gloria
due ragazzi giocano a pallamano tra platani antichi
e la commessa della cartoleria con voce pallida
mi dice: “Arrivederci professore”
un sabato senza dolore….

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ENDLESS BOOGIE – Vibe Killer

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Quando un gruppo decide di scegliere il proprio nome di “battaglia” dal titolo di un bellissimo album di un proprio idolo, allora la dichiarazione d’intenti è talmente lampante da non lasciare dubbi. Ma se John Lee Hooker è un punto di riferimento essenziale per ogni tipo di ispirazione, per questa band di New York probabilmente è qualcosa di più: qualcosa che ti senti nel sangue e non puoi farne a meno, talmente è presente la figura del maestro. Formalmente però è proprio il blues ha diventare una forma di poesia acida e cattiva, distorta, oscura e densa di contenuti nella sua forma recitativa, continuando la tradizione afro-americana che dal delta del Mississippi ha contaminato tutta la tradizione a stelle-e-strisce, dalla Grande Depressione fino ai giorni nostri, nella sua forma parlata. Ed è proprio la parola che diventa protagonista, tanto quanto basta per essere seguita da un insieme di suoni e di ritmi adatti allo scopo: due chitarre perfette nel loro dialogare, un basso a una batteria che non lasciano scampo, e tanta passione, tanto sudore da sputare.

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NADINE SHAH – Holiday Destination

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Quando qualche anno fa scoprii questa interprete britannica, con origini mezze pakistane e mezze norvegesi, mi venne un tuffo al cuore: straordinaria! (dissi). Ebbi la stessa sensazione di quando ascoltai per la prima volta P.J. Harvey. Quella sorta di cantautorato rock innovativo, diverso dai soliti cliché; acido, distorto, sperimentale e nello stesso tempo, ipnotico, adulto, mai banale, denso di contenuti: dal sociale al politico, all’introspezione feroce, per quanto femminile: sensuale, melodica.  Quest’insieme di termini, nonostante gli ossimori, non bastano per descrivere o per far capire l’espressività o la complessità della struttura musicale di questa trentunenne proveniente da Whitburn, sulla costa dell’Inghilterra nordorientale, perché soltanto con un ascolto attento, si riesce a percepire tutta la gamma cromatica di un talento così importante.

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SAMSARA BLUES EXPERIMENT – One With the Universe

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A questo punto è ora di alzare un po’ il volume per ridare vitalità al locale dopo una parentesi poetica, e questa band tedesca fa al  caso nostro. Gli amanti dell’ hard-rock, con influenze psych-kraut, saranno accontentati dalla valanga di suoni proveniente dalla terra teutonica, per ridare dignità a questo genere musicale spesso ancorato nelle sue  consuetudini derivative. E’ chiaro che non è facile trovare dell’originalità dentro a un’apoteosi sonica che non vuole staccarsi dal glorioso passato, eppure, la Samsara Blues Experiment è riuscita ad intraprendere un percorso di soluzioni nuove, degne di essere ascoltate con attenzione nell’era degli anni 2000.

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LAURA MARLING – Semper Femina

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Quando si riesce ad imporsi all’attenzione mondiale con la semplicità del folk e il minimalismo lirico racchiuso in una manciata di canzoni, o se volete, con una serie di lavori davvero sorprendenti, vista la giovane età: 27 anni, 6 album, tutti di pregevole fattura, fra cui gli due ultimi, “Once I Was an Eagle” e “Short Movie”, veramente da incorniciare, allora, vuol dire che siamo di fronte a un personaggio importante, una donna che ha saputo emergere attraverso capacità personali straordinarie dove, testi, rime e una manciata di accordi funzionali alla sua poesia, plasmano l’essenza di un’intelligenza artistica al di fuori della media. “Semper Femina”, prosegue questo percorso musicale fatto di canzoni apparentemente semplici, ma talmente complesse nel suo contenuto metaforico, che la maturità espressa coinvolge un eventuale fruitore ad ascoltare attentamente il messaggio in esse contenuto. I rimandi alle songwriter diventate famose con la controcultura degli anni ’60, diventa in realtà un termine di paragone che evapora appena prosegue la melodia, perché lo spessore qualitativo induce a seguire un’estetica nuova, densa di pathos emotivo e sublime accettazione di quella che sostanzialmente è una lettura di storie accompagnate da una chitarra. Ursula Le Guin diceva che sono esiste culture che non hanno inventato la ruota, ma non sono esistite culture che non narrassero storie, e come tali continueremo ad ascoltarle, così come Laura Marling ci propone le sue.

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ALGIERS – The Underside of Power

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Quando gli anni 2000 erano considerati la porta che avrebbe lanciato l’umanità verso le frontiere del nuovo millennio, probabilmente, coloro che da sempre avevano vissuto sulla loro pelle le contraddizioni e le disillusioni del presente, si saranno fatti una lunga risata, prima di ricominciare a elencare le denunce verso questa società mascherata di buonismo… e avevano ragione. Crollata come sabbia l’impalcatura di un’insopportabile bugia, si è riversata sopra tutti noi l’epilogo di una crisi figlia di un’immagine distorta in cui ci hanno cresciuto, mascherandola con un ipotetico benessere, sempre a danno delle popolazioni più disagiate, perché se esiste un ricco deve per forza di cose esistere anche un povero, nel senso che la vita dorata di chi sta meglio, è stata da sempre costruita a danno di chi sta peggio. Genocidi, colonialismo, deportazioni, schiavitù, oppressioni, sfruttamento e omissioni della Storia sono lì a dimostrarlo, anche se noi facciamo finta di niente, anche se noi non ci ricordiamo di nulla, anzi… morte agli immigrati! nonostante da millenni abbiamo distrutto le loro terre e devastato le loro risorse, le loro culture, la loro dignità. Ma ci sono gli Algiers a risvegliarci la memoria…

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THE DREAM SYNDICATE – How Did I Find Myself Here?

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Con la band di Steve Wynn ho sempre avuto un rapporto particolare, perché in un certo senso di sogni e di sindacalisti la mia vita ne è sempre stata piena; ma in realtà c’è stato un momento particolare in cui le loro schitarrate hanno rappresentato per la mia crescita e il mio susseguente futuro, un qualcosa d’importante. Si perché, c’è stato un momento della mia esistenza dove è avvenuta una tragedia: per qualche anno non ho ne più ascoltato e ne comprato dischi. Vuoi situazioni familiari, vuoi situazioni ambientali, vuoi altri fattori e soprattutto un abbassamento della qualità musicale stessa di quel preciso momento, in cui ho avuto uno stacco radicale da questo mondo. Poi un giorno, come risvegliato da un coma profondo o da un sonno criogenico dove mie ero volontariamente cacciato, ecco che passando davanti ad una edicola, notai la copertina di una rivista musicale (la posso anche citare: l’allora “mitica”, e sottolineo ancora “l’allora” , Mucchio Selvaggio), ebbene, non so perché ma ne fui attirato e lessi l’articolo che parlava del primo disco solista, appunto di Steve Wynn, leader dei Dream Syndicate. Comprai il vinile e mi piacque moltissimo, a tal punto che mi precipitai a ricercare disperatamente tutti i precedenti lavori di questo gruppo che si era da poco sciolto, bootleg compresi. Fu proprio un’attrazione fatale! E’ vero i primi due loro album: “The Days of Wine and Roses” e “Medicine Show” sono straordinari, ma fu con il loro disco dal vivo: “Live at the Raji’s” che personalmente raggiunsi l’estasi dell’orgasmo per anni abbandonato. Impazzii letteralmente e il bell’addormentato (beh.. bello, insomma) da quel giorno fatidico non si è più fermato. Non ci sono stati baci di principesse o belle gnocche a risvegliare quel fatidico sonno, ma le note di questo gruppo californiano, alfieri del Paisley Underground.

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DA UNA CREPA di Elisa Biagini

Anche la musica salva la vita

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Farà anche caldo, ma con questi dischi fra le mani, com’è dolce naufragar in questa musica……….

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QUANDO LA CULTURA NON SI FERMA…

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Se in questi mesi sono mancato, lasciando libero il locale agli avventori, è perché mi sono dovuto dedicare al progetto di cui sopra: “MAI LA PAROLA RIMANE SOLA – 40 anni fra poesia e cultura”, che vuole festeggiare i 40 anni di attività del Gruppo Letterario Acàrya, un’associazione culturale della città di Como nata nel 1977, per il merito di un nugolo di appassionati di poesia, i quali, nel corso degli anni, hanno raccolto sempre maggiori adesioni ampliando la proposta contaminando l’attività letteraria con altre espressività artistiche; ma soprattutto, facendo dell’amicizia fra i suoi componenti, il valore principale  su cui basarsi.
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I TRE GIORNI DEL BARMAN

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Non sono mai stato bravo in matematica: forse sono solo tre giorni, o tre mesi che ho lasciato il Bar in balia degli avventori… ma cosa ci volete fare, se manca il proprietario con chi parlano i clienti? In fondo il bere è tutta una scusa per scambiare due parole o due chiacchiere, perché la vita si valorizza con la comunicazione verbale e con lo scambio di idee fra amici; e tutto questo viene assimilato con i riti alla vita che ogni tanto bisogna assolvere per sentirsi liberi, per sentisi in pace con se stessi. E’ vero… bastano pochi minuti (o qualche ora) per essere qualcuno: magai un eroe qualunque, tanto per mandare a ‘fanculo il mondo. Si… pochi minuti, e la nostra vita riprende vigore: un buon bicchiere, la musica giusta, una lettura ideale di cui parlare, quel poco di attualità e un pizzico di pettegolezzo lasciato al divertimento, perché sapete, d’ironia ci si nutre per mandare a ‘ fanculo il mondo una seconda volta…
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Un omaggio dovuto

Il periodo del Grunge può piacere  o non piacere, ma i suoi protagonisti sono stati degli interpreti che nonostante tutto, hanno lasciato il segno per un decennio il quale stava nello stesso tempo perdendo e riscoprendo le radici musicali che l’aveva generato. Continua a leggere “Un omaggio dovuto”

ascolti amArgine: Emidio Clementi Quattro Quartetti