Percorsi di poesia contemporanea

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Per il ciclo “Percorsi di poesia contemporanea”, venerdì 31 marzo a Como, presso la sede del Gruppo Letterario Acàrya, al Centro Civico Comunale in Via Grandi 21, si è tenuto un incontro con la poesia di Ivan Fedeli e Gabriella Colletti, i quali hanno presentato i loro rispettivi libri: “Gli occhiali di Sartre” e “L’occhio al papavero”. Questo incontro non è avvenuto con la classica formula critico-autore-lettura, ma, stando intorno ai due protagonisti, si è cercato di creare un’atmosfera colloquiale in cui, la declamazione delle loro composizioni, è stata contemplata da una sorta di dialogo partecipativo con gli spettatori. Inoltre, i due poeti, aprendosi completamente, ci hanno fatto entrare nelle loro liriche attraverso un viaggio quasi psicanalitico, dove, l’introspezione del loro viaggio interiore, è diventato l’elemento stesso con cui confrontarsi.

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DUKE GARWOOD – Garden of Ashes

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Visto che Mark Lanegan non si decide a pubblicare un disco tutto suo; che Nick Cave è lontano dei suoi capolavori che lo rappresentano; che Hugo RaceChris Eckman; Howe Gelb stanno ancora aspettando l’ispirazione giusta per un prossimo album, e che Jesus Acedo o i fratelli Curt e Chris Kirkwood insieme a Derrick Boston, si sono persi nel deserto che hanno decantato per anni; ci pensa Duke Garwood a rappresentare quel sound intriso di blues solitari carichi di polvere e solitudine, di storie individuali che cercano un esilio necessario per non confondersi con la confusione e la violenza  delle metropoli. Non è casuale che il nostro protagonista, partito dal Kent nel sud-est  di Londra, si è lasciato affascinare da queste latitudini particolari, dove il vento  e gli orizzonti riescono a parlare alla gente fino a renderli felici in mezzo a questo silenzio, ed è proprio il silenzio che alla fine si trasforma in voce e in suono, in tessuto narrativo fonte sia di ispirazione, che di annichilamento.

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L’anima del rock’n’roll

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Subito dopo la scomparsa di un grande poeta come Derek Walcott, ci ha lasciato anche Chuck Berry, reso immortale più che dalle sue celeberrime canzoni, dall’immaginario che si era costruito intorno a lui. Considerando il fatto che l’eredità del rock’n’roll, nonostante l’assioma con tanti altri artisti degli anni ’50: da Big Joe Turner a Bo Diddley, da Little Richard a Elvis Presley, o altri grandi interpreti come Bill Haley o Jerry Lee Lewis, si era formata proprio con le sue memorabili performance: i ritmi forsennati che nacquero da quelle chitarre elettriche, ci hanno lasciato un’eco che dura tutt’ora e hanno impregnato l’aria di una sonorità che ha sconvolto il mondo. Probabilmente la parola “sconvolto” potrebbe far sorridere molti lettori, ma io sono convinto che la vera rivoluzione del ‘900 è stata proprio questa, soprattutto per l’impatto mondiale che si è protratta su un’infinita serie di generazioni giovanili e non solo, cambiando la società.

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ISOLE di Derek Walcott

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Isole

Nominarle soltanto è la prosa
dei diaristi, ridurre voi a un nome
per lettori che
come viaggiatori lodano
i loro letti e lidi come una stessa cosa;
ma le isole possono esistere
solo se in esse abbiamo amato
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CONSULENTE DEL BUIO

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Se qualcuno volesse farsi un giro domani sera in quel di Como, presso il Centro Civico Comunale in Via Grandi 21, nella sede del Gruppo Letterario Acàrya, presenteremo l’ultimo libro di poesie dello psichiatra-poeta Giancarlo Stoccoro: “Consulente del buio” (L’Erudita edizioni) alle ore 21,15.
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CAR SEAT HEADREST – Teens of Denial

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Devo fare un passo indietro, per riparlare di questo gioiellino del 2016 che avevo messo nei migliori dischi dell’anno, ma che, liquidato con una scheda veloce, può essere passato inosservato ai più; eppure, è un vero e proprio capolavoro, una di quelle perle appoggiate nell’affollato mondo musicale di oggi e lasciate brillare finché luce vivrà. Purtroppo in questi anni 2000 succede spesso che ottimi album vengano liquidati velocemente per il continuo sovrapporsi di continue proposte, e le case discografiche non investono più come si faceva in passato su nomi o gruppi, tenendoseli stretti e lavorando promozionalmente su di loro. Ormai con la rete non conviene più e il risultato è un abbassamento qualitativo, soprattutto per la mancanza del supporto tecnico di produzione, almeno nei fattori di costruzione di un album vero e proprio. Inizialmente gli artisti si fanno conoscere con lavori autoprodotti, per poi pubblicare una volta venuti alla ribalta con l’etichetta di turno che li vuole lanciare, ma anche in questo caso le nuove scelte di mercato sono legate a un mordi e fuggi continuo, ripetitivo, insistente, vorticoso, che fa bruciare le tappe a chiunque, pronti ad essere sostituiti da un nome successivo, tanto, sia le incisioni approssimative che la relativa pubblicità ha appiattito la proposta generale. Ormai è tutto regolato dai social-network e come tali hanno cambiato la fruizione o il modo di concepire l’ascolto musicale. Non è assolutamente vero che una volta si faceva musica migliore, casomai non esiste più una “scena” che rappresenti un movimento, ma una volta avvenuta una rivoluzione è normale che ci sia la degustazione dell’avvenuta apertura mentale che dura tutt’ora, almeno in quelli che vogliono masticare a colazione musica e qualità.

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THE CLEAN – Getaway

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Delle uscite discografiche di questo inizio d’anno, una che mi ha colpito in maniera interessante, e che vale la pena parlarne, è questa ristampa dei The Clean: gruppo non molto conosciuto, ma nome di spicco della scena neozelandese, la loro nazione d’origine. Già attivi dagli anni ’80, riuscirono ad imporsi con degli album notevoli e che raggiunsero il loro apice con “Vehicle” nel 1990. Seguirono poi altre uscite discografiche fino al  2009 con ottimo “Mister Pop”, tanto per rimarcare la loro innata propensione nel continuare a credere, oltre alla loro voglia creativa, che non esistono età per vivere la musica.
Gruppo di culto dell’indie-rock, sono riusciti a farsi notare in campo mondiale con un sound particolare, il quale miscela Velvet Underground e Violent Femmes, sporcando il loro rock con una psichelelia orecchiabile intrisa di pop quanto basta per alternare melodie e divagazioni chitarristiche, perché, nati da una matrice post-punk, via via si sono evoluti mantenendosi sempre in equilibrio tra le frizzanti esplosioni della giovinezza, e le ballate più ariose della maturità, sempre colorate di quel tocco garage che non guasta mai.

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ARRIVAL – di Denis Villeneuve

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L’arrivo di una razza extraterrestre sul nostro pianeta ha da sempre affascinato scrittori e registri di ogni genere, facendoli divagare sempre nelle ovvietà che portavano a scontri apocalittici, o a mostri inimmaginabili, o a derive pericolose riconducibili alla nostra stessa natura guerrafondaia, perché in fondo, se la  paura è di finire come noi stessi abbiamo trattato le culture dell’Africa, dell’Australia o peggio ancora, delle Americhe, allora, questa colpa che ci portiamo dentro, ha una radice radicata negli abissi della psiche umana, e non nello spazio profondo. Non è il caso di “Arrival”, straordinaria pellicola del canadese Denis Villeneuve che cerca di superare i classici filoni della fantascienza con un’idea intelligente, carica di filosofia e poesia, pur mantenendo intatta tutta l’adrenalina e la suspense che una trama di questo tipo deve asservire per coinvolgere lo spettatore.

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Luca Stricagnoli

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Questo talentoso performer originario di Varese si è fatto conoscere tramite i social-network, acquisendo via via un enorme successo per la qualità delle sue esecuzioni e per l’uso particolarissimo della sua chitarra. Non è casuale che il suo incontro con il liutaio Davide Serracini è stato quel classico colpo di fulmine che poi lo ha portato a sperimentare tecniche diverse e sempre più nuove, utilizzando tre tipi di chitarre: una standard, una baritona e una 7 corde, fino a raggiungere tonalità simili fino a quelle dell’arpa o a quelle di un pianoforte, proprio per la particolare risonanza del suono. Fondamentalmente, la tecnica già portata avanti dallo statunitense Andy McKee, e da altri fingerstyle, è stata assimilata  da Luca Stricagnoli, per poi evolversi in maniera sorprendente.
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BLACK MIRROR – terza stagione

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Di questa splendida serie televisiva ideata e sceneggiata da Charlie Brooker ve ne ho già parlato: sia della prima stagione che della seconda, autentici capolavori d’intelligenza creativa, autentici specchi della nuova società prossima ventura. Ma se i nuovi specchi dell’era moderna sono quelli dei monitor che ormai circondano la nostra vita, come potremmo regolarci con i nostri sentimenti? Difficile rispondere… ma è proprio inseguendo queste ipotesi, che il critico televisivo inglese, propone degli interrogativi i quali lasciano il segno. La bellezza di questi episodi, sin dagli esordi, è tutta racchiusa nella loro sintesi: tutti autoconclusivi, nello stile dei celeberrimi “ai confini della realtà”, quasi a proseguire quell’eredità importante che ha cambiato per sempre le regole del piccolo schermo legate al colpo di scena finale. Non è casuale che negli anni ’80,  in Inghilterra proseguirono con un’altra serie tradotta in Italia con il titolo “il brivido dell’imprevisto”, in cui, ogni episodio, lasciava sempre lo spettatore con quel senso di smarrimento e di attesa fino all’ultimo minuto: dove si svelava con una sorpresa letale, tutto il gioco della trama. Un po’ come fece prima Alfred Hitchcock in America, e poi, sempre negli Stati Uniti, a varie riprese, fino al 2007, con la messa in onda dei “master of science-fiction”, titolo probabilmente non azzeccato, forse troppo pseudo-documentaristico, perché i bassi ascolti non lasciarono il segno sulla loro programmazione, eppure vi lascio il link del primo episodio intitolato “Una fuga perfetta” perché è assolutamente da vedere, talmente è fatto bene nella sua drammaticità: un capolavoro d’intuizione e suspence, dal risvolto terribilmente psicologico.

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Best cover album 2016 – le copertine dei dischi più belle dell’anno

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Sono tato pungolato lo so… perché sapete, quando si apre un locale anche l’immagine è importante, anzi, scusate il gioco di parole, ma prima di tutto è tutto. La grafica è una delle mie passioni e allora tuffiamoci nelle migliori copertine di dischi del 2016, le quali possono abbellire le pareti di questo bar, perché quando gli artisti decidono di vestire bene un prodotto, lo fanno sempre nel migliore dei modi. Non è casuale che la fortuna del “vinile” è stata proprio le bellezza delle sue confezioni, dove si è sbizzarrita la fantasia degli addetti ai lavori , trasformando un involucro contenente un semplice disco, in un’opera d’arte. Purtroppo con l’avvento del CD si è persa questa dimensione immaginifica dove gli appassionati trovavano uno stimolo in più per godere della propria musica. Ma al di là di questo, la bellezza intrinseca delle cover è rimasta indelebile nelle schiere di chi coltiva un’emozione. In sintesi il 2016 è stato un anno in bianco e nero, per via di tutte le dipartite che ci sono state in questo campo, ma alla fine la fa da padrone sempre il “colore”, e come tale ci fa sempre ritornare a sorridere.

Ho selezionato 50 tra le più belle immagini utilizzate per abbellire la musica che preferiamo, e il risultato è veramente un’esplosione di creatività.
Cliccate qui sotto e godetevi quest’orgia cromatica dalla bellezza sconvolgente

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Best album 2016 – I migliori dischi del 2016 per l’ Intonation Cocktail Club 432

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Tutti gli anni lo ripeto, come consuetudine, queste sono sostanzialmente le  mie scelte, derivate dai miei acquisti, variegate poi dal mio stato d’animo. Infatti, noterete dei generi musicali diversi, ma che coesistono perché l’emozione profondissima emanata dalle loro tracce, non ha eguali con qualsiasi altra bellezza. Alla fine un genere solo mi stanca, e pur mantenendo un equilibrio di fondo, preferisco alternare coloriture diverse per sentirmi vivo, sempre pronto a soddisfare i miei molteplici stati d’animo.
La musica che viene incisa e buttata sul mercato di questi anni 2000 è di un’enormità produttiva sconsiderata, la quale finisce per confondere le idee degli appassionati e non solo. Io preferisco distillare quelle poche energie creative vere, nate non da una banalità ricorrente o addirittura asfissiante, ma dalle idee autentiche generate dalla passione e dalla voglia di suonare, e in senso più ampio dalla voglia di vivere.
Sentirsi artisti, è anche questo.
Poi come sempre succede, quando l’istinto prende il sopravvento sulla ragione, tante scelte sono frutto di emotività disparate, ma che poi alla fine, riflettendoci sopra, non sono poi così errate dal contesto iniziale e col senno di poi, risultano giuste. Ecco per esempio che per un esperto attento, tra le mie scelte ho escluso il celebratissimo album di Nick Cave: “Skeleton Tree”, di cui mi sono ripromesso di parlarne in un apposito post, e lo farò tra breve. Come invece, d’altro canto, ho inserito all’ultimo momento un disco scoperto tramite il blog di un “malato” come me, proprio all’ultimo momento, e che pubblicamente ringrazio per la sua sapienza. Anche questa è la bellezza della rete.
Concludendo vi lascio la mia lista senza nessuna classifica preordinata: 20 dischi, tutti a pari merito, di cui seguono le schede per ognuno.
Buon ascolto

*****

DAVID BOWIE – Blackstar
LEONARD COHEN – You Want It Darker
HERON OBLIVION – Heron Oblivion
KEVIN MORBY – Singing Saw
HAWKWIND – The Machine Stops
LUCINDA WILLIAMS – The Ghost of Highway 20
BLACK MOUNTAIN – IV
PJ HARVEY – The Hope Six Demolition Project
IMARHAN – Imarhan
AGNES OBEL – Citizen of Glass
THE DWARFS OF AGOUZA – Bes
CAVERN OF ANTI-MATER – Void Beats / Invocation Trex
FANTASTIC NEGRITO – The Last Days of 
Okland
IBRAHIM MAALOUF – 10 Ans de Live
CAR SEAT HEADREST – Teens of Denial
MONO – Requiem For Hell
KING CREOSOTE – Astronaut Meets Appleman
THE MIKE ELDRED TRIO – Baptist Town
KADHJA BONET – The Visitor
WORKIN’MAN NOISE UNIT – Play Loud

*****

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Yo-Yo Ma e i musicisti della via della seta

Se la musica ha il potere di unire tante persone apparentemente opposte tra di loro per cultura, tradizioni, crescita, esperienze e vicende umane, allora, perché non credere nell’utopia che vorrebbe estendere quest’idea, e dall’enfasi talmente sincera da sembrare qualcosa di normale: bellezza da regalare a tutti quelli che, credendo a questa espressività artistica, la vivono e la generano come la necessità che potrà salvare il mondo?
Yo-Yo Ma e i musicisti della via della seta è un docu-film straordinario, il quale, trasforma il potere dell’arte, nello “strumento” ideale per superare tutte le barriere possibili, attraverso l’arricchimento che ogni persona può dare all’altro. Ma queste non sono le solite frasi fatte o le banalità che sentiamo ogni volta che arriva il natale: questa è una vicenda umana che si identifica nelle vicende di tutti, e proprio da tutti emerge per costruire un circuito moderno, o se vogliamo, una moderna via della seta da prolungare in ogni luogo della Terra.

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PILLOLE DI SALAME – musica da mordere

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Concludiamo questa carrellata di ottimi album pubblicati nel 2016, con quelli da mordere, sia nel bene che nel male, perché ognuno di noi ha la sua reazione di fronte al proprio credo. In fondo, la musica è una comunione vissuta intensamente, come tutta l’eucarestia che precede il rito dell’ascolto: una celebrazione che inizia dal corpo fino al raggiungimento dello spirito. Ma la messa non finisce con il segno della croce, continua imperterrita, in ogni momento della giornata, e non si stanca mai d’incontrare i nostri stati d’animo: li rigenera, li porta al vero miracolo degno di esser ricordato.
Solo una curiosità: il titolo di questa rubrica era riferito a un ricordo della mia adolescenza, in cui, mi è rimasta in mente la sequenza di un film di fantascienza molto ironico, dove, si anticipava l’avvento degli anni 2000 con un cibo sostituito dalle pillole. La trovata stava nel fatto che il protagonista ad un certo punto pronunciava la frase: “oggi ho voglia di qualcosa di nostrano, mi prendo delle pillole di salame”. Non mi ricordo il titolo di questa pellicola ma non importa, non fateci caso, ognuno di noi porta dentro di sé i suoi ricordi nei cassetti della memoria, anche i più stupidi.

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PILLOLE DI SALAME – musica da paura

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Ma la musica può fare paura? Può creare un fenomeno di annientamento mentale o nello stesso tempo unire lo spirito collettivo? Può disperdere o isolare qualcuno a livello etereo? Può fare davvero paura all’individuo quando le sue melodie si fanno pesanti, o al contrario farlo esaltare e caricarlo di adrenalina? E il “sistema”?  Ha paura della musica quando diventa un rito universale trasformando le coscienze, e soprattuto, quando le unisce in un movimento culturale?  Tutto è possibile, soprattutto quando si vuole disperdere le potenzialità espressive della libertà. Provate a chiedervi perché a un certo punto dentro alla “nazione” hippie e successivamente intorno alla furia iconoclasta del punk è comparsa l’eroina al posto della marijuana o dell’hascisc?

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PILLOLE DI SALAME – musica per stupire

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La musica qualche volta è anche un gioco di prestigio: non perché possa avere necessariamente un trucco nascosto (anche se qualche volta ce l’ha), ma sostanzialmente perché deve sorprendere e stupire, soprattutto quando è fatta con classe. Rimane dentro all’ascoltatore non tanto un effetto illusionistico, ma la consapevolezza di trovarsi di fronte un professionista coi fiocchi, il quale, oltre ad ammaliarci con la sua arte, crea intorno ad essa un effetto visivo, gustativo, olfattivo e addirittura tattile; si perché, quando le vibrazioni degli strumenti che usa per provocarci un’emozione, sono talmente intrisi della loro anima da sembrare vivi, allora, intorno alle loro note si crea tutto un mondo dove perdersi e ritrovarsi. Poi lo spettacolo finisce, ma la musica rimane: inalterata, viva, fremente  e pulsante, docile al nostro palato, fresca nell’ipotesi di poterla addirittura toccare, pronta per stupirci di nuovo…
Ci sarà stato qualcosa del genere in questo 2016?

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PILLOLE DI SALAME – musica da gustare

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L’aver lasciato chiuso il locale per diversi mesi, come ho già anticipato, mi ha lasciato molto indietro nelle recensioni musicali di quest’anno, dovrò quindi farvi assaggiare qualche specialità per rimettermi in carreggiata, visto che di qui a poco, arriveranno anche le classifiche dei migliori dischi del 2016. E’ un po’ come l’aperitivo fatto per sorridere, o la pausa pranzo eseguita non dico di corsa, ma veloce per poi riprendere il lavoro, o la scampagnata fatta in compagnia nell’osteria di turno, perché ogni tanto, anche un bel panino, un salame nostrano con un bicchier di vino, sono sempre una soddisfazione.
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AMORE MENO ZERO di Stefano Rizzo

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Sull’onda lunga del Nobel a Dylan diventa quasi obbligatorio parlare di questo romanzo di Stefano Rizzo, pubblicato da Mincione Editore, di cui, dal poeta statunitense, più che un debito relativo al titolo stesso, rientra in un gioco di rimandi e di continui intrecci interpretativi, proprio come la canzone stessa: “Love minus zero / No limit”.
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Da un poeta a un altro

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Tutti quelli che continuano a citare il ritornello: “anno bisesto-anno funesto”, probabilmente hanno ragione, perché se metto in file tutte le morti illustri di questo 2016 mi vengono i brividi, soprattutto nel mondo della musica. Se per un’ironia della sorte è stato dato il Nobel a Dylan, dall’altra parte c’è stata una falcidia di nomi veramente da non credere. Per ultimo proprio Leonard Cohen: un’altro poeta prestato alla canzone d’autore.
Di lui potremmo versare fiumi d’inchiostro, perché oltre alla pubblicazione dei suoi dischi, ha pubblicato molte raccolte di liriche veramente emozionanti,  veramente uniche. Bisognerebbe fare un post chilometrico per riuscire a delineare una personalità come la sua. Però, come spesso succede, a volte, basta una frase per circoscrivere un sentimento, per sottolineare un’idea di vita

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Bob Dylan e il Premio Nobel

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Essendo questo un blog (o un bar) dove si parla di musica e di poesia, non potevo esimermi anch’io dal parlare del Nobel assegnato a Dylan, che premetto, mi dato un piacere immenso, soprattutto per il carattere simbolico che assume e per quella linea di confine che, finalmente,  è stata superata. Ma, bisogna fare una premessa necessaria: bisogna credere ancora alla valenza di questo riconoscimento? Perché è sempre il solito discorso: i detrattori che ieri o l’altro ieri (il riferimento va anche a Dario Fo) hanno accusato gli accademici svedesi di aver dato troppa importanza a un qualcosa estraneo alla letteratura, sono degli ipocriti, perché al Nobel o ci si crede sempre o non ci si crede affatto, e se qualcuno esulta per un suo autore preferito o riconosce il valore culturale di una scelta, lo deve fare anche quando un personaggio non è nella cerchia delle sue preferenze, anche se sono lontane dai suoi territori di competenza: basta leggerlo e capirlo, o al limite informarsi degnamente e non sparare cazzate senza senso.

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HERON OBLIVION

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La chiusura provvisoria del Sourtoe Cocktail Club mi ha lasciato indietro con le recensioni degli album usciti nel 2016, e proprio per questo cercherò di rimediare con degli articoli in pillole, perché ci sarebbe tanto da discutere si diversi dischi pubblicati quest’anno: buoni e meno buoni. Chiaramente, come sempre, è stata buttata sul mercato tantissima roba, e restringere il campo sulla qualità diventa un esercizio necessario per non perdersi nei labirinti della moltitudine. Cercherò allora di sintetizzare, ma, in altri casi, bisognerà approfondire, soprattutto quando, oltre ad un lavoro pregevole, sarà importante sottolineare le bellezze o le contraddizioni o meglio ancora, le sorprese che possono giungere inaspettate, come il caso degli Heron Oblivion.
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ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO

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Cavoli… ho perso troppo tempo ed ho accumulato tantissime recensioni da fare, soprattutto musicali, e devo recuperare, al più presto; tutti questi mesi perduti non si possono dimenticare con il sorso di un bicchiere, perché c’è tantissima roba di cui parlare e di ottima qualità………..
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QUESTA LUNGA ESTATE CALDA

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Lo so… lo so… avete ragione, avevo detto che il bar sarebbe stato chiuso solamente per qualche settimana e invece, in questa lunga estate calda, avete sempre trovato il cartello con la scritta: “riaprirò in tempi brevi”. Alla facciaccia ! E’ imperdonabile, lo so… lo so…  Ma la vita è fatta di tanti momenti, e a volte non si ha neanche il tempo per una bevuta come si deve, tanti sono gli impegni, tanti sono gli imprevisti e le necessità, tante sono le priorità. Così capita di dover scegliere nonostante i miraggi a portata di palato…

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CLOSING TIME

Purtroppo per i miei continui impegni culturali, di lavoro e di famiglia, in questi ultimi tempi, devo fare uno stacco… e sono costretto mio malgrado, a chiudere il Club per qualche settimana. Tranquilli… per tutti quelli che mi seguono, verso i primi di aprile riaprirò il locale per riparlare di musica, di letteratura, di cultura e soprattutto di liquori continuando a creare un po’ di divertimento. Colgo l’occasione per augurarvi una buona Pasqua e ci rivedremo presto, ossequiosamente, per servirvi… come ho sempre fatto !!!!!  🙂

 

LE COSE IMPORTANTI DELLA VITA

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Un giorno un mio amico scrittore andò in una scuola a fare una lezione sulla poesia e si presentò con un vaso di cristallo vuoto, lo fece vedere agli studenti e lo riempì con dei sassi abbastanza grossi, chiedendo loro se il vaso fosse pieno, e i ragazzi, un po’ titubanti, dissero di sì. Sbagliato ! rispose le scrittore… prese infatti un pacco di riso e lo versò delicatamente fra i sassi del vaso, scuotendolo quel tanto che bastava per far scivolare i chicchi dappertutto riempiendolo fino all’orlo. Ed ora è pieno? richiese mentre tutti lo osservavano. Chiaramente i presenti ancora un po’ dubbiosi su dove volesse arrivare a parare colui che stava in cattedra, risposero di sì. Sbagliato ! rispose ancora lo scrittore, prendendo poi un sacchetto di sabbia finissima di fiume il quale,  iniziò a versarla fra i sassi e il riso, scuotendo ancora il tutto per farla scivolare bene fino in fondo, arrivando  ancora all’orlo. Ed ora è pieno ? richiese un’altra volta. A questo punto gli studenti ridendo un poco risposero: lei signor scrittore è molto furbo… sì ! ora è pieno… sì !  E lui, guardandoli divertito, per l’ennesima volta rispose… Sbagliato !  Così dicendo prese due birre, e iniziò delicatamente a versarle sempre dentro il vaso fino al loro esaurimento. Continua a leggere “LE COSE IMPORTANTI DELLA VITA”

SPECCHIO SPECCHIO DELLE MIE BRAME

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Da sempre lo specchio ha affascinato le fantasie degli uomini, a tal punto da diventare il protagonista di storie relative ai nostri sogni e a un’idea di mondi paralleli, talmente vicini a noi,  da poterle trasformarle in letteratura. Intendiamoci, il celeberrimo “specchio, specchio delle mie brame” ci riporta proprio alla caduta dei nostri sensi di fronte alle invidie che sussistono fra noi, come se la bellezza o l’importanza di un’immagine esteriore, fosse l’unica realtà disponibile, fino a farla diventare una fonte di potere, perché in quel riflesso si nasconde il desiderio dell’immortalità, senza capire che proprio al di là c’è quello che non si vede ad occhio nudo, e che un giorno ognuno di noi si troverà veramente di fronte. Proprio per questo Bram Stoker ebbe l’intuizione di non far riflettere il suo vampiro dentro lo specchio, perché in realtà non è la questione di essere un “non-vivo” o un non-morto” a rappresentarlo, ma il nostro desiderio di non morire mai, come se fossimo soltanto noi i depositari dell’eternità riflettendoci sulla sua superficie.

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MUSICA SPACCAMUTANDE

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Siccome Artemisia mi sta contagiando con  i sui “giochini”, accetto di di buon grado questo suo ultimo divertimento perché la vita bisogna godersela fino in fondo.
Qualcuno ha detto che si vive una sola volta… balle ! E se io voglio viverne più di una ?
Allora sceglierò attraverso i miei gusti personali la musica “spaccamutande”, quella da eccitazione pura, da orgasmo garantito, da appagamento sessuale, per essere alla fine una soluzione ideale ad ogni ossessione quotidiana. Il giusto sfogo per liberarsi di tutte le tossine che ci stanno intorno.
E allora partiamo…

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PAROLE IN LIBERTA’ NELL’INFINITO MONDO DEI BLOGGER

 

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Solitamente non seguo le catene dei premi, però ogni tanto piace giocare anche a me, e visto che mi è stato assegnato, anche per ringraziare Artemisia: una donna che ha nel suo nome la parola “Arte” va sicuramente tenuta in considerazione, inoltre – visto che ha un blog il quale ricorda il profumo del vino: “Mosto selvatico” e in senso traslato, oltre al film, tutto il mondo che le gira intorno, musica compresa; anzi, sempre buona musica – non posso questa volta tirarmi indietro date tante somiglianze d’intenti. Di conseguenza la ringrazio ancora e passo alle regole del gioco, o del premio, fate voi.

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L’ITALIA E’ UN PAESE DIVINO

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Per un Barman questo è un annuncio dovuto: e qualcuno domani sera si trovasse a passare dalle parti di Como, il Gruppo Letterario Acàrya ha organizzato un reading sul tema del “vino”, con una serata piena di bollicine e di gradazione alcolica molto alta.
Il divertimento è assicurato attraverso tutti i sentori di questa splendida bevanda…
Ogni lettura sarà accompagnata da un abbinamento in sintonia con la degustazione appropriata fino al brindisi finale…

LONTANANZE

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sogni

LASCIATEMI I SOGNI

Lontano dal paradiso
guardo il mistero della vita
non c’è ragione
di essere inquieti
quando
il canto breve di una farfalla
trascolora la luce dell’ aurora
dentro un altro giorno
dentro un altro inizio

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UNA STRISCIA NERA SUGLI AEROPLANI JEFFERSON

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Andando avanti di questo passo rischio di trasformare questo blog in un necrologio continuo, ma come si fa a non parlare della scomparsa di Paul Kantner, fondatore di quel gruppo: i Jefferson Airplane, divenuti a loro modo l’icona di una generazione? Avevo già parlato di loro in un post di qualche anno fa inserito nella serie “musica estiva“, proprio per le loro potenzialità straordinarie, legate forse a quella “estate dell’amore” poi mitizzata come sempre per tramutare un marchio in business. In realtà la grandezza dei Jefferson era legata all’incredibile unione dei componenti: Jack Casady, Jorma Kaukomen, Marty Balin, Spencer Dryden, la splendida Grace Slick e appunto Paul, colui che li aveva messi insieme.

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LA STRADA DELLE STELLE

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LA STRADA DELLE STELLE

Non importa se il colore della notte
ricopre la vastità
per dare al nostro itinerario
il senso che nasconde il futuro

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LES REVENANTS – A VOLTE RITORNANO

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Se dovessi decidere in questo momento cosa mi è rimasto in mente dell’anno appena passato a livello di “movie” (visto anche il mio poco tempo nel passare davanti alla televisione), opterei per questo intelligente serial di produzione francese: “Les Revenants”, trasmesso in chiaro su La Effe (canale 50). La traduzione originaria dalla sua lingua madre equivale a “fantasmi” ma, in realtà, è qualcosa di più, perché a livello letterario potremmo tradurlo come “i ritornati” e, in senso più ampio: i ritornati dall’al di là. I “revenants” erano appunto, nella tradizione medioevale, soprattutto contadina o pagana, coloro che ritornavano dalla morte per un risarcimento dovuto, o per una vendetta personale, o semplicemente per ammonire i “vivi” di eventuali sbagli o di un eventuale pericolo. Credenze che si sono sviluppate in tutte le culture dando origine alle varie tipologie di morti viventi, zombi, spettri, oscure figure, fino ad arrivare al vampiro classico che doveva nutrirsi del sangue o della carne di chi era ancora in vita, proprio per continuare la sua”forma di esistenza”. In realtà questa superstizione era radicata nella mente degli uomini fin dalla notte dei tempi, a tal punto che l’occidente cristiano cercò di censurare a tutti i costi questa credenza attribuendola al demonio.

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DESPERADO

Non sono mai stato un fans diretto degli Eagles, perché ritenevo troppo leccatina la loro ricerca musicale, però bisogna riconoscere l’importanza mediatica che hanno suscitato nell’immaginario americano. Autori di hit memorabili, nello stesso ambiente  rappresentavano l’essenza del business e di come si possa costruire una carriera con una pianificazione specifica (chiedete a Jackson Browne…). Ora, che il loro fondatore Glenn Frey ha scelto di proseguire il volo delle aquile, mi viene da pensare che, se l’inizio di quest’anno debba proseguire con questa cadenza, allora, bisogna davvero essere “desperadi”. Un saluto doveroso anche a Glenn… Un brindisi !

EROE PER UN GIORNO EROE PER SEMPRE

Purtroppo è notizia di oggi ma ci ha lasciato anche David Bowie. In fondo, si può essere vicini o lontani dalla sua ricerca musicale ma, si deve riconoscere che la sua figura è stata importantissima per l’evoluzione del rock  di questi ultimi 50 anni. Grande interprete, grande carisma, grande impatto visivo; i suoi personaggi rimarranno nella nostra memoria senza scomodare le stelle; la trasposizione sonora di grandi capolavori della letteratura nelle sue opere, non ha eguali nel circuito internazionale, se non in altri pochi casi. Artista visuale, produttore, trasformista, attore di se stesso e in alcuni casi anche sul grande schermo, la sua figura è diventata un’icona proprio perché la gente come noi ha bisogno di eroi per continuare a vivere. Eroi comuni, per ogni giorno, per tutti i giorni, perché almeno si ha qualcosa in cui credere, qualcosa in cui ci può riconoscere per gioire, per pensare, per vivere un attimo di sana rabbia o di dolce poesia. Poi, è sempre così, si può essere eroi per un giorno o per sempre, ma la vita continua perché le opere di un artista non moriranno mai, e come tali, continueranno dentro la nostra inesauribile memoria.

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NEL 2016 ARRIVERA’ L’UOMO DELLA SABBIA?

l'uomo nero

Ci sono canzoni che in base alla performance dell’interprete cambiano, non tanto il senso stesso del testo, ma proprio la maniera di trasmettere il significato emotivo dell’insieme. È anche vero che lo stile: pop, rock, metal o jazz, influisce moltissimo sulle derivazioni del nostro cervello, per cui, ognuno di noi è portato in primis, a scegliere il genere con cui ci si abbandona di solito, non tanto per sognare o al contrario, per svegliarsi, ma per sentirsi protetto dalle mura amiche dove solitamente si rifugia. Però, bisogna riconoscere che l’explois di un cantante, può far diventare un singolo già di successo in un “opera d’arte”, o perlomeno, immedesimarsi totalmente con la sua connotazione simbolica, da trasformarla in capolavoro.
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I MIGLIORI DISCHI DEL 2015 per l’ Intonation Cocktail Club 432

i migliori dischi del 2015

Eccoci qua ogni fine dell’anno a scegliere i migliori dischi pubblicati nel corso di questo 2015 e che rappresentano le mie scelte personali. Qualcuno dice sempre che questo è un gioco fine a stesso perché ognuno di noi viaggia sempre verso le proprie latitudini, ma tant’è, a me personalmente il gioco piace, perché quando seguivo le riviste specializzate analizzavo sempre degli artisti che mi erano sfuggiti durante il corso dei mesi, e che riscoprivo proprio con queste classifiche riepilogative. Sostanzialmente mi sono mosso come sempre fra il rock e i suoi dintorni, sconfinando ogni tanto in territori altri e rientrando come sempre nelle mie stanze, perché vivere di musica, è un’esperienza bellissima in cui, forza, ritmi, esultanza, furore, estasi, abbandono e poesia, rappresentano tutte le sfaccettature migliori della vita e proprio per questo, bisogna goderle nel migliore dei modi.

Questi sono i miei top 20


VIET CONG
–Viet Cong

A PLACE TO BURY STRANGERS – Transfixiation

LAURA MARLING – Short Movie

NADINE SHAH – Fast Food

IOSONOUNCANE – Die

ALGIERS – Algiers

SACRI MONTI – Sacri monti

IBEYI – Ibeyi

MBONGWANA STAR – From Kinshasa

ALABAMA SHAKES – Sound & Color

PORCUPINE TREE – Anestetize

BENJAMIN CLEMENTINE – At Least For Now

THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION – Freedom Tower / No Wave Dance Party 2015

JOHN ZORN – The True Discoveries Of Witches And Demos

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR – Asunder Sweet And Other Distress

NILS ØKLAND / PER STEINARD LIE / ØRJAN HAALAND – Lumen drones

SARAH NEUFELD & COLIN STETSON – Never Were The Way She Was

MATANA ROBERTS – Coin Coin Chapter Three: River Run Thee

ANIMATION – Machine Language

KAMASI WASHINGTON – The Epic

Seguono le schede singole di ogni album

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CIAO VECCHIO GUERRIERO…

1916

Avevo 16 anni quando andai in guerra
volevo combattere per una terra fatta di eroi…
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UN OMAGGIO DOVUTO…

INVITO A CENA CON SETTE PERSONAGGI

cibo1Ringrazio con devozione il blog di Lapinsù e di Kasabake per avermi suggerito questo giochino molto intrigante, legato indissolubilmente alle passioni di ognuno di noi: cinema e arte culinaria, compresa la cultura del “buon bere”. Il gioco consiste nell’invitare a casa propria, idealmente, sette personaggi del cinema. Gioca-Cinema, appunto. Tra l’altro potrei, vista la mia malattia per la musica, allargare questa idea ludica anche per cantanti e musicisti ma lo farò in seguito all’interno di un Pub virtuale, con l’anno nuovo. Allora, veniamo a noi… parlavamo della settima arte: quali attori inviteresti in una cena a casa tua, considerando che dovranno essere sette? Probabilmente l’idea nasce dal numero di famose pellicole, ma questo a noi non interessa e rispettiamo le regole, aggiungendo che, con la presenza del padrone di casa, i commensali saranno otto; ed io, formalmente, ho deciso di formare quattro coppie. Inoltre, visto l’imminente arrivo del cenone di capodanno, mai occasione è stata così intrigante per una festa, in cui, dovrò anche parlare del menù che servirò ai miei ospiti, bere compreso…

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